Si è aperto l’Anno della Fede

di MARIA SILVESTRINI

Si è aperto giovedì 11 ottobre, l’Anno della Fede indetto da Benedetto XVI esattamente un anno fa con la lettera apostolica Porta Fidei. Un anno di Grazia che , con la lunga processione di circa 400 vescovi all’inizio della solenne celebrazione pontificale, ha voluto ricordare analogo avvenimento dell’11 ottobre 1962, per l’apertura del Concilio Vaticano II. Una celebrazione dunque, fortemente impregnata di segni che evocano la straordinaria assise convocata da Giovanni XXIII, papa Roncalli, che ebbe come obiettivo riflettere sul concetto di Chiesa, pensando al suo rinnovamento, alla ricomposizione dell’unità fra i cristiani e al dialogo fra Chiesa e mondo contemporaneo. Quattro sessioni di lavoro fino al 7 dicembre 1965 e due Papi, Roncalli e Montini, per maturare una autentica svolta in campo pastorale.

Ma quale è la relazione che lega il motu proprio di papa Benedetto “La porta della fede” con il Sinodo dei Vescovi che dal 7 al 28 ottobre, riunisce in Vaticano i rappresentanti dell’episcopato del mondo intero per individuare linee nuove per “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana?” E come entrambi sono “conseguenza ed esigenza post conciliare” come ebbe a dire papa Paolo VI nell’indire un primo anno della fede nel 1967? ‘L’amore di Cristo che colma i nostri cuori ci spinge ad evangelizzare. Egli, oggi come allora, ci invia per le strade del mondo per proclamare il suo Vangelo a tutti gli uomini della terra’ si legge nella lettera apostolica.

Il Sinodo e l’Anno della fede sono due aspetti complementari di un’unica sostanza. Nel Sinodo, a cinquant’anni dall’apertura di quel grande evento che è stato il Concilio Vaticano II, i padri sinodali riflettono su un tema che tutti ci coinvolge: perché il discorso su Dio è considerato non più significativo nel mondo contemporaneo. Perché, come ha detto oggi il Papa nell’omelia ”In questi decenni e’ avanzata una ‘desertificazione’ spirituale. Che cosa significasse una vita, un mondo senza Dio, ai tempi del Concilio lo si poteva gia’ sapere da alcune pagine tragiche della storia, ma ora purtroppo lo vediamo ogni giorno intorno a noi. E’ il vuoto che si e’ diffuso”. …  ”Ma e’ proprio a partire dall’esperienza di questo deserto, da questo vuoto – ha proseguito Benedetto XVI – che possiamo nuovamente scoprire la gioia di credere, la sua importanza vitale per noi uomini e donne”. ”Nel deserto – ha detto il Papa – si riscopre il valore di cio’ che e’ essenziale per vivere; cosi’ nel mondo contemporaneo sono innumerevoli i segni, spesso espressi in forma implicita o negativa, della sete di Dio, del senso ultimo della vita”.

”E nel deserto – ha aggiunto – c’e’ bisogno soprattutto di persone di fede che, con la loro stessa vita, indicano la via verso la Terra promessa e cosi’ tengono desta la speranza”.

Il 50° anniversario del Concilio ci aiuta a recuperare la prospettiva globale dell’annunzio. In questi cinquant’anni si è giustamente insistito sul fatto che la chiesa ha inteso rivalutare la condizione battesimale dei fedeli per renderli partecipi della missione evangelizzatrice. Questo è vero ma non è tutto. Prima ancora il Concilio ha voluto mostrare la bellezza della vita cristiana e la chiamata a partecipare alla vita stessa di Dio, come dono offerto a tutti. Nella preparazione del Vaticano II, l’interrogativo prevalente a cui l’assise conciliare intendeva dare risposta era: “Chiesa che dici di te stessa?”. Approfondendo tale domanda i padri conciliari furono ricondotti al cuore della risposta: si trattava di ripartire da Dio professato, celebrato e testimoniato. Il nostro Arcivescovo Filippo Santoro, nella Celebrazione eucaristica per l’apertura dell’anno diocesano il 28 settembre scorso ha ricordato che “In un tempo nel quale Dio è diventato per molti il grande sconosciuto e Gesù semplicemente un grande personaggio del passato, non ci sarà rilancio dell’azione missionaria senza il rinnovamento della qualità della nostra fede e della nostra preghiera; non saremo in grado di offrire risposte adeguate senza una nuova accoglienza del dono della Grazia. La Grazia della Fede”. Dobbiamo noi stessi aprirci alla Fede, e riaprire di nuovo, per tutti, la porta della fede. Dobbiamo consentire che la Grazia, ricevuta con il Battesimo ci plasmi in un cammino che dura tutta la vita. La disponibilità a riconoscere l’uomo è il primo passo per conoscere Dio, un passo necessario per trasformare un cuore di pietra in uno di carne. La nuova evangelizzazione è portare la missione all’interno della società con un impegno quotidiano costante dei credenti. “Quello che siamo chiamati a fare è essere protagonisti a partire dalla nostra fede e non spettatori, protagonisti nelle gioie e nei dolori delle persone del nostro tempo”, come dice la Gaudium et Spes (una delle costituzioni conciliari) del Concilio Vaticano II.

L’irrompere del Mistero nella nostra vita deve renderci protagonisti nella gioia e nella tristezza. Essere cristiani è innanzitutto un dono che porta con sé l’altissima vocazione dell’essere Figli di Dio. Dimenticare l’orizzonte soprannaturale è un po’ come dimenticare l’aria che respiriamo. Se ci si limita a pensare il ruolo dei laici sulla base di quello che possono o non possono fare, si travisa l’aspetto fondamentale della missione. Dice Benedetto XVI in apertura della lettera apostolica: “La porta della fede che introduce alla vita di comunione con Dio e permette l’ingresso nella sua Chiesa è sempre aperta per noi. E’ possibile oltrepassare quella soglia quando la Parola di Dio viene annunciata e il cuore si lascia plasmare dalla grazia che trasforma. Attraversare quella porta comporta immettersi in un cammino che dura tutta la vita”.

 

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