“Città, società civile e nuovo sviluppo economico” Intervista al prof. Stefano Zamagni, relatore al convegno in Camera di Commercio

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Di MARIA SILVESTRINI

Ordinario di Economia Politica all’Università di Bologna, il prof. Stefano Zamagni è fra i maggiori studiosi del Terzo Settore, presidente dell’Agenzia omonima e autore del Libro bianco pubblicato nel maggio del 2011 per le edizioni ‘Il Mulino’. Invitato dal Centro di cultura ‘Lazzati’ nell’ambito del percorso di formazione dell’Accademia mediterranea di Economia Civile, parlerà domani alle ore 10,00 nella sala Resta della Cittadella delle imprese. Il tema dell’incontro “Città, società civile e nuovo sviluppo economico” , organizzato in collaborazione con la Camera di Commercio di Taranto e la Consulta delle Aggregazioni Laicali di Taranto, vuole essere l’occasione  per riflettere sulla crisi profonda della nostra città di Taranto e sui possibili scenari propositivi di rilancio  della stessa.

In una lunga intervista alla nostra emittente, Zamagni spiega cosa è necessario per cambiare il modello di sviluppo distruttivo che Taranto ha avuto negli ultimi cinquant’anni.

‘Cooperare, non competere’ è il paradigma del Terzo Settore costituito da una pluralità di figure giuridiche. L’attuale contesto economico, penalizza questo tipo di imprese come dimostrano gli atteggiamenti del Governo nell’ultimo anno. Alcuni provvedimenti legislativi sono stati presi per tarpare le ali ai soggetti del TS produttivo: è stata chiusa l’Agenzia per il Terzo Settore, non si è proceduto con l’Osservatorio del volontariato, non è stata modificata la norma che impedisce alle imprese sociali di accedere al fondo di garanzia speciale creato per le piccole e medie imprese per ottenere crediti dal sistema bancario, e potrei continuare. Insomma la vision politico economica di quest’ultima stagione ha portato più serietà e rigore, ma è sembrata schiava dei numeri e del debito.

Ma di Taranto dopo cinquant’anni di sviluppo industriale da cancellare, cosa ne pensa?

Quello che caratterizza i soggetti del TS produttivo è la capacità di generare quella forma di sviluppo che si chiama ‘capitale sociale’, che altro non è che l’insieme delle relazioni e delle reti fiduciarie. Sappiamo che quando un’area è a fiducia alta, sono bassi i tassi di interesse sono più alti gli investimenti ed in generale la macchina economico produttiva gira più velocemente. Allora il punto è che il capitale sociale non può essere né il privato né il pubblico a crearli, non è questa la loro funzione. Il capitale sociale è creato dalla società civile organizzata. Ecco perché oggi Taranto, come altre realtà del mezzogiorno d’Italia, non può non tenere conto di questo. Come cercherò di spiegare nel mio prossimo incontro nella vostra città, le regole del gioco economico prevedono due tipologie di istituzioni che sono state chiamate, nella terminologia economica, estrattive ed inclusive. Le istituzioni economiche estrattive sono quelle che estraggono da un territorio valore aggiunto e lo portano altrove o lo trasformano in rendita. Questa è la causa dei mali di Taranto, il riferimento all’Ilva è molto facile. Quando le attività produttive dirottano in altri luoghi il risultato economico, che viene trasformato in rendita e non in salario o in profitto, ecco che queste portano alla rovina una comunità. Dobbiamo creare istituzioni inclusive cioè delle regole del gioco economico che, valorizzando il territorio, consentano di reinvestire il valore aggiunto che si è determinato. Chiaramente questo è un problema di portata generale, imboccare questa via vuol dire rivisitare l’intera politica degli ultimi decenni nei confronti del Mezzogiorno d’Italia.

Perché certe industrie non hanno generato sul territorio quel moltiplicatore che ci si attendeva?

Perché si sono scritte delle regole del gioco di tipo estrattivo, quindi al Sud si facevano le industrie ed i benefici arrivavano al Nord oppure altrove. Bisogna che in una parte della società civile ci sia questa consapevolezza e si chieda tutti assieme, in particolare a chi occupa posti di responsabilità politiche o di governo, di cambiare le regole del gioco. Diversamente il Sud Italia non potrà che vedere peggiorata la sua situazione, in una maniera che io giudico indegna, non è così che si può umiliare una intera popolazione.

Un nuovo sviluppo economico passa dalla questione ambientale. La famosa legge Salva Ilva secondo lei può generare comunque un processo di ambientalizzazione?

La legge Salva Ilva è una legge presa sotto l’incalzare di una emergenza, e, come sempre capita le leggi scritte sotto l’emergenza non sono mai soddisfacenti. Questa legge servirà a ridurre i costi di una situazione insostenibile ma non è fatta nel modo in cui io concepisco un progetto di rinascita economico e sociale di un territorio. Se non si mette mano al cambiamento dell’assetto istituzionale fra un po’ di anni ricadremo nella situazione precedente. Non è possibile obbligare una popolazione a quella che si chiama tragic choice. La grande “colpa” oggettivamente commessa nel caso di Taranto è stata quella di creare una situazione da scelta tragica tra due obiettivi entrambi dotati di valori: in questo caso l’obiettivo dell’ambiente sano e dall’altro quello del lavoro. E’ la società civile che si deve far carico del cambiamento.

 

 

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