Fede e perdono. La testimonianza di Gemma Capra Calabresi.

gemma capra calbresi

di GABRIELLA RESSA

La quarta giornata della  XLII Settimana della Fede, che ha trattato il tema Comunicare e trasmettere la fede, ha portato a Taranto Gemma Capra Calabresi, che ha parlato di “Comunicare e trasmettere la fede: l’esperienza del perdono” in una serata rivelatasi memorabile per le emozioni trasmesse al popolo giunto da tutta l’Arcidiocesi.

Come un fiume in piena, che rompe gli argini ed irrompe sulla terra, trascinando tutto con sé, così Gemma Calabresi ha coinvolto  tutti in un percorso che ha spiegato il senso del perdono e della condivisione. Gemma Calabresi è la vedova del commissario di polizia e addetto alla squadra politica della questura  di Milano  Luigi Calabresi, assassinato il 17 maggio  1972 a Milano  dinanzi la sua abitazione,  per mano di un commando di due uomini con alcuni colpi di arma da fuoco. Per quel gesto efferato  si giunse, solo nel 1997,  ad una sentenza in Corte di Cassazione,  che condusse ad arresti e condanne definitive: questa individuò Ovidio Bompressi e Leonardo Marino come esecutori materiali del delitto e Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri come mandanti. I quattro appartenevano all’epoca dell’omicidio alla formazione extraparlamentare Lotta Continua.

Intervistata da mons. Luigi Romanazzi, vicario episcopale per la pastorale,  Gemma ha parlato di fede, dolore, perdono, giustizia, senso di comunione, valore della preghiera.  Quando Luigi Calabresi fu ucciso aveva 25 anni, due bambini piccoli ed uno in grembo. Nel momento in cui  seppe che suo marito era morto, racconta, oltre al dolore sentì un calore, una forza dentro di sé. “Sentivo che non ero sola, avevo ricevuto da Dio il dono della fede. Dio incontra tutte le persone che hanno subito una tragedia, bisogna però saperlo riconoscere”.

La fede, ha specificato Gemma Calabresi, non toglie il dolore, ma lo riempie di significato. Il perdono è un cammino lungo e difficile, che non si dà con la mente o con le parole, ma con il cuore. A volte bastava un piccolo episodio per tornare indietro, ma l’avere Dio sempre al suo fianco la ha resa capace di condividere, di pregare per le persone in sofferenza, per gli assassini, per le loro famiglie. La sua testimonianza  è stata d’esempio per tutti i presenti, per quella  scelta di andare avanti, pensando ai suoi figli e cercando giustizia. “Dovevo educare tre figli piccoli, e volevo educarli nella gioia, non nel dolore e nel rancore, che distrugge tutto, e così sono andata avanti per loro. I figli sono il futuro, e devi camminare per loro….”

Il desiderio di giustizia ha accompagnato tutta  la famiglia, che si è costituita parte civile al processo, “perché volevamo la verità” . Figli cresciuti con il senso dello Stato, perché “la giustizia è lo stato”. Mario, oggi direttore de La Stampa, ha pubblicato un libro, Spingendo la notte più in là,  dedicato alle vittime del terrorismo.

Gemma parla dell’importanza della preghiera, e della vicinanza delle persone. La preghiera le ha fatto vivere la  condivisione, che è propria della comunione. Prega per Taranto  e per la sua difficile situazione. “Con la rabbia e la violenza, che è la negazione della democrazia, non si va da nessuna parte. Ai ragazzi dico mantenete vivo il vostro spirito critico, pensate ai valori che la vostra famiglia vi ha insegnato. Ai genitori dico dialogate con i vostri figli, anche quando sembra che non ascoltino. Fate sentire loro che tutto ciò che fate, lo fate con amore.”

Al termine della serata, tutti si sono alzati in piedi ad applaudire una donna che ha dato prova di coerenza nel vivere la fede, di impegno cristiano diuturno e di testimonianza esemplare. L’Arcivescovo mons. Santoro, nel ringraziarla per la sua presenza, ha invitato tutti a coltivare sempre più la preghiera, ed in particolare per Sua Santità Benedetto XVI.  “È un atto di gratitudine e di affidamento a Cristo, pastore supremo della sua Chiesa”.

La serata si è conclusa con l’esibizione del coro Wake Up Gospel Project, diretto dal maestro Graziano Leserri.

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