“Villaggio in… calore”: ancora un successo per la Compagnia Teatrale “Troisi”

di LEO SPALLUTO

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Crescere sempre. Migliorare ancora. Come se gli applausi convinti non fossero una consuetudine ma un approdo da conquistare. Era la scommessa di Raffaele Boccuni e della Compagnia Teatrale “Massimo Troisi”, di nuovo in scena all’Orfeo per celebrare sul palcoscenico il venticinquesimo anno di attività.

Ed è stato un trionfo. L’ennesimo, in un teatro colmo in ogni ordine di posto. Culminato in una interminabile ovazione. E non certo per simpatia nei confronti del commediografo tarantino e dei suoi compagni di viaggio.

Perché “Villaggio in… calore”, quattordicesima opera pensata, scritta e recitata da Boccuni, è forse il testo più difficile portato in scena in un quarto di secolo vissuto da protagonisti.

Già lo scorso anno la Compagnia aveva abbandonato i panni nativi e comodi del teatro italo-dialettale per tuffarsi nel mare vasto e periglioso del “tutto in italiano”. Il primo esperimento, rappresentato al “Turoldo” undici mesi fa, era apparso come un piccolo capolavoro. “Che ci faccio io alle donne” aveva aperto la strada, un anno dopo “Villaggio in… calore” ha rivelato che la linea del traguardo è stata solcata. E la maturazione, scrittoria e recitativa, è compiuta.

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Privata del registro comico vernacolare, affascinante e spesso scontato, basato anche su improvvisazioni di sicuro effetto, la penna di Boccuni si è evoluta in modo costante e convincente. La costruzione di soggetto e sceneggiatura è complessa ma armonica, le ridondanze sono state eliminate, la scelta del racconto è privilegiata rispetto alla conquista della risata facile, i cambi di scena sono continui, i personaggi interagiscono in contemporanea senza disturbarsi. Il primo atto descrive, indirizza il pubblico, inclina al sorriso e prepara il secondo, scoppiettante, irresistibile, divertentissimo. Un perfetto climax ascendente della comicità.

Tutto funziona come un orologio, a partire dalla splendida ed onirica scenografia, ispirata a storia e futuro per disegnare un villaggio vacanze tarantino del 2025, in cui tutti gli attori cercano l’amore e l’avventura.

E, come era avvenuto in “Che ci faccio io alle donne”, Boccuni si regala sempre più l’occhio compiaciuto del regista relegandosi quasi in un “cameo” per cedere spazio agli altri componenti della compagnia. Tutti da applauso.

Nessuna interpretazione stona, anzi: ogni attore dimostra di essere a proprio agio nei panni cuciti da Boccuni.

Alba Pepe, austera direttrice del Villaggio, firma una performance di buona caratura; Francesca Messinese, simpatica receptionist, tarantina nelle inflessioni e nei modi, convince e non sbaglia una battuta; l’inossidabile Pino Calcagni regala spessore e colore al problematico Gino; Mimmo Cito è naturale e divertente nel ruolo di Chris, animatore sportivo del club; Dino D’Antoni, che impersona l’altro animatore Morris, conquista la scena tra balletti, smorfie e inseguimenti nel solco tradizionale della comicità “fisica”; Sharon Percolla personifica con grazia la prorompente Suor Agnese, in bilico tra vocazione e desideri.

Meritano una citazione speciale Maria Teresa Liuzzi, giunta all’apice della bravura nella complicata interpretazione di Lady Gaia, mangiauomini un po’ svampita, dalla voce caricaturale e suadente sospesa tra Marylin Monroe e… Amanda Lear e Rossana Fornaro, perfetta e ispirata nel ruolo di una contessa ignorante e sempre sopra le righe.

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Raffaele Boccuni, mai come stavolta, è il “padrone del vapore”, pur comparendo meno assiduamente sul palco. Ma la genialità e la naturalezza comica dell’autore-attore cuce tutti i momenti dello spettacolo donando al pubblico risate a profusione e spunti per riflettere. Su Taranto, sull’Ilva, sul turismo, sul futuro. Con l’amaro in bocca. Ma nelle sue storie, per fortuna, la speranza non si spegne mai.

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