Il Cesare Giulio Viola meno conosciuto: poeta crepuscolare. L’intervento del professor Antonio Lucio Giannone per l’Associazione Dante Alighieri

di MARIA SILVESTRINI

“La vita non è un’opera da plasmare con il gesto eroico, è uno spazio ristretto, angusto, da superare con l’arte, da far rivivere attraverso la mediazione della letteratura, cui l’esistenza comunica le sue tonalità, voci basse, gesti quotidiani e sommesse ironie” così Antonio Borgese sulla ‘Stampa’ nel settembre 1910, sintetizzava la produzione in versi di alcuni suoi contemporanei definendola ‘un mite crepuscolo’ dopo la grande stagione che riuniva Carducci, Pascoli e D’Annunzio. I viali solitari, i giardini incolti, le piazze vuote, i giardini polverosi, le cianfrusaglie delle soffitte, luoghi in cui si celebrava il rito della noia di domeniche sempre uguali e della prosaicità del quotidiano erano quelli cantati in poesie dalla rima libera che si ispirava alla stanca condizione umana cantata piuttosto da Leopardi e Beaudelaire.

La poesia crepuscolare nasce e si sviluppa nei primi anni del Novecento (1905-1915) e il prof. Antonio Lucio Giannone, ordinario di Storia della letteratura contemporanea all’Università del Salento ne è uno dei maggiori studiosi. Invitato dall’amica JosèMinervini, presidente dell’Associazione Dante Alighieri, a svelare la sensibilità poetica di Cesare Giulio Viola, il grande narratore nostro concittadino, il professore ha riportato indietro le lancette del tempo facendo gustare agli astanti le atmosfere e il clima di fermento degli anni del primo Novecento. Giannone, autore di un saggio su “La poesia di Cesare Giulio Viola e il crepuscolarismo romano”, dopo un breve excursus su i giovani poeti a cui il Viola si accompagnava in quegli anni, ha messo in evidenza gli elementi comuni e le discordanze fra il nostro ed i suoi compagni di strada.

Tutti conosciamo Cesare Giulio Viola quale scrittore, drammaturgo e sceneggiatore tarantino, sappiamo che fu figlio di Luigi Viola, fondatore del Museo archeologico nazionale di Taranto e genero di quel singolare personaggio, protagonista dell’imprenditoria locale, che fu Carlo Cacace, ma pochi sanno che i suoi primi scritti furono poesie apparse su vari periodici e che il suo primo libro fu scritto in versi:‘L’altro volto che ride’.

Grande attenzione e curiosità fra il pubblico colto che affollava la Galleria Agorà del maestro Terracciano, luogo ormai deputato a cenacoli di interesse e spessore, fra gli altri Enrico Viola e Alessandro Cacace eredi di un nome e di una tradizione.

Il professor Giannone ha tracciato con maestria la sensibilità robusta e serena dell’autore che si immerge nelle novità della rivoluzione simbolista e la attraversa  con la tipicità della sua riflessione sui grandi temi della vita, della morte, del destino. Poi l’analisi del verso, la lunghezza fuor misura di tipo prosastico, che ben si sposa alla forma dialogica di alcuni poemi e alla narrazione dei temi. Poi il dibattito con tanti apporti autorevoli che hanno delineato in maniera conclusiva il ritratto di Viola scrittore.

 

 

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