Le ragioni dello Stato e le ragioni dell’Uomo.Le lettere di Moro nell’analisi del Centro di Cultura ‘Lazzati’

di MARIA SILVESTRINI

« Caro Zaccagnini, scrivo a te, intendendo rivolgermi a Piccoli, Bartolomei, Galloni, Gaspari, Fanfani, Andreotti e Cossiga ai quali tutti vorrai leggere la lettera e con i quali tutti vorrai assumere le responsabilità, che sono ad un tempo individuali e collettive. Parlo innanzitutto della D.C. alla quale si rivolgono accuse che riguardano tutti, ma che io sono chiamato a pagare con conseguenze che non è difficile immaginare. …” questa è una delle lettere che Aldo Moro scrisse al segretario del suo partito il 4 aprile del 1978. Una pagina politica che indica in tutta la sua drammaticità il terreno su cui in quei 55 giorni si svolse la dura partita fra le ragioni dello Stato e le Ragioni dell’uomo. Una partita che divise il Paese e le istituzioni fra la necessità di mantenere il punto sulla impossibilità dello Stato di cedere ai ricatti delle Brigate Rosse e il diritto sacro alla vita a cui anche Papa Paolo VI si era appellato.

Il dramma dell’uomo, insigne statista, politico, giurista, e tutto in quelle lettere che per 55 giorni filtrarono dalla prigione di Via Montalcini.Come ha ben detto nell’introduzione il dott. Guido Limongelli, in quelle pagine si rispecchia con grande efficacia e verità la personalità di Aldo Moro rispetto alle proprie ragioni. Non le ragioni immediate della sua scarcerazione, ma quel progetto sulla dignità della persona umana che eccede il Diritto e chiede alla comunità un modo nuovo di essere solidale e di interpretare in maniera limpida l’affermazione di ogni persona in ogni luogo.

Nel lungo interessantissimo incontro proposto venerdì pomeriggio dal Centro di cultura Lazzati in collaborazione con enti ed istituzioni civili e culturali il tema “Lo Stato prossimo: ragioni dello Stato e ragioni dell’Uomo nelle lettere dalla prigionia di Aldo Moro” è stato il motivo per riprendere quegli elementi della filosofia, del diritto, della politica, della spiritualità dello statista, che ancora oggi consentono di comprendere alcune linee guida dello sviluppo civile del nostro Paese. Nei giorni della prigionia le lettere di Moro furono misconosciute, travisate, esaminate con la visione miope di chi è troppo vicino all’evento ed è condizionato da altri elementi, pur gravi, ma non necessariamente fuorvianti. Moro non ‘fu riconosciuto dai suoi’ forse perché non lo si voleva riconoscere in quelle righe che mettevano a nudo la sua essenza più profonda. Di questo dibattito amaro ha dato ricordo e spessore Marco Follini, che era ventenne nei giorni del sequestro ma già impegnato nelle file giovanili della DC. Nella sala ‘basilica’ dell’ex Convento di San Francesco, gremita di un pubblico attentissimo e con tante presenze giovani, si sono susseguiti illustri relatori che hanno tracciato i diversi profili di Aldo Moro, uomo esigente, attento, capace di ascolto e di introspezione, di forte spiritualità cristiana. La sintesi conclusiva del prof. Sergio Mattarella giudice della Corte Costituzionale è stata breve ed efficace. “Il rapporto tra la ragione dello Stato e la ragione dell’Uomo, in questa vicenda storica viene superato sul piano generale dei principi.I diritti inviolabili della persona precedono quelli dello Stato ed esso solo li riconosce, di questo Moro era convinto e su questa centralità della persona umana segnò tutta la sua difesa da vinto che cercava nello scambio di prigionieri, di far emergere la cultura della vita. Lui, uomo dell’ascolto dovette subire l’angoscia di non essere ascoltato da nessuno, lui uomo del diritto vide calpestare quel diritto che aveva insegnato e spiegato. Il suo messaggio resta come baluardo alla necessità di tenere insieme diritto, morale e rapporto con la società.

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