Padre Lombardi racconta papa Francesco

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Di GABRIELLA RESSA

Padre Federico Lombardi, gesuita, è  direttore dal 2006 della Sala Stampa della Santa Sede. Fu chiamato da papa Benedetto XVI a sostituire Joaquin Navarro Valls,  storico portavoce di papa Giovanni Paolo II. E’ ogni giorno in stretto contatto con  papa Francesco,  e guida tutta la comunicazione cattolica che parte dal Vaticano. Padre Lombardi è  il direttore di Radio Vaticana, la radio cattolica più importante del mondo. Dal 2001 al 2013 è stato anche direttore generale del Centro Televisivo Vaticano. Questi suoi incarichi delicati lo mettono in contatto  con  i media di tutto il mondo. Lo abbiamo intervistato sui primi  mesi di pontificato di papa Francesco.

Qual è secondo lei il tratto distintivo del pontificato di papa Francesco?

Il carattere prioritario che caratterizza il suo pontificato è  l’annuncio del Vangelo, di  un Dio che viene verso di noi, che è disponibile ad accogliere. Papa Francesco ha abolito tutte le barriere, tutte le distanze  attraverso l’immediatezza della comunicazione nel rapporto con le persone, anche dal punto di vista fisico (vedi le udienze, l’assenza del papa mobile blindato, l’abbracciare le persone, il linguaggio concreto e semplice che  abolisce le distanze dovute a differenze di carattere culturali, il desiderio di manifestare l’amore di Dio per tutti).

Come è papa Francesco visto  da vicino? La spontaneità che vediamo in pubblico è anche una sua abitudine nei rapporti interpersonali e con i suoi collaboratori?

Direi proprio di si, incontro spesso persone che sono state a colloquio con lui e sono tutte colpite dalla sua disponibilità ad un dialogo molto sincero. Nessuno si sente messo in soggezione, anche con papa Benedetto io non mi sentivo in soggezione, manifestava un’umiltà ed un rispetto per l’interlocutore incredibili, ma certamente papa Francesco ha un modo di manifestarlo più espressivo, anche con i gesti, il tono della voce,  le espressioni del volto; incoraggia ad un colloquio cordiale, amichevole, fraterno.

Lei è un gesuita come papa Francesco. Questo la agevola nel suo rapporto?

Certamente si, il fatto di essere confratelli, di sapere quale sia la spiritualità comune facilita nell’avere una grande naturalezza nel rapporto. Avendo una spiritualità comune si sentono molte sintonie sui temi della sua predicazione, ad esempio sugli atteggiamenti spirituali, sul modo in cui prega o suggerisce di entrare in rapporto con Dio, di incontrare Dio nella propria vita. Allo stesso tempo io cerco di rispettare la mia funzione e i miei compiti, se  ho delle occasioni connesse al mio servizio per chiedergli di parlargli le uso con molta naturalezza, ma cerco di non andare al di là di questo.

Papa Bergoglio e papa Ratzinger, secondo lei sono maggiori i tratti di continuità o di discontinuità tra i pontefici?

La continuità è in tutte le cose essenziali e fondamentali, è  enorme, è la continuità della fede, della identificazione con la tradizione della Chiesa, della fedeltà nel porgere il magistero della Chiesa, negli aspetti essenziali della spiritualità, nell’amore per Gesù Cristo, nella devozione mariana.  Certamente ci sono delle differenze nel modo di manifestare il ministero in rapporto agli altri;  lo stile del  linguaggio, che in papa Francesco si concretizza in  una grande esperienza pastorale  diretta del vescovo, che per 14 – 15 anni è stato  inserito in una grande diocesi, vicino al popolo, ai poveri. Papa Ratzinger univa un grandissima scienza teologica a una profonda spiritualità.  La spontaneità dell’abbraccio di  papa  Francesco è diversa dalla gentilezza dell’avvicinarsi di  papa Benedetto ai malati, per esempio. Allora ci sono le differenze, che sono di linguaggio, di modo di comunicare, ed anche di priorità. Il tema dei poveri per esempio è particolarmente in  evidenza, mentre in papa Benedetto vi era una maggiore predilezione del rapporto tra fede e cultura.

Ma Papa Francesco cosa intende quando parla di una Chiesa povera e dei  poveri?

Intende quello che c’è nel vangelo, e cioè Gesù che dimostra nella sua vita una particolare predilezione per chi soffre per chi è povero, e che quindi ha particolare bisogno di amore.  Di fatto  non sono solo i poveri materiali, ma anche le persone spiritualmente abbandonate, quindi dobbiamo avere una idea della povertà molto ampia. Francesco mette in rilievo alcune urgenze caratteristiche del nostro mondo, parla di coloro che soffrono la fame, della dignità della persona violata, della mancanza di rispetto delle persone; la sua è una visione  molto concreta delle diverse forme della povertà di oggi e soprattutto una forte condanna dell’idolo del denaro, delle grandi idolatrie, dei valori sbagliati messi al centro dell’attenzione e dell’edificazione del sistema delle relazioni economiche, che in base a mancanza di rispetto per la persona portano alla sopraffazione della persona, alla sofferenza. Questo Francesco lo condanna con fermezza. La Chiesa nello spirito di Cristo  si dimostra attenta a questi grandi problemi dell’oggi, e  si inserisce nella realtà perché uno può rispondere a delle attese se ne è veramente partecipe, non se le guarda da lontano in una forma teorica o ideologica. Allora la Chiesa di cui ci parla Papa Francesco è partecipe profondamente  delle esperienze dell’umanità, delle gioie e dei dolori  e nello spirito di Cristo e del Vangelo le prende su di sé per portare un annuncio di vita e di maggiore giustizia.

Lei dirige Radio Vaticana, la radio cattolica più importante del mondo. Qual è il ruolo dei mezzi di comunicazione sociale nell’era dei social network e della globalizzazione?

Noi siamo dei credenti che lavorano nel campo della comunicazione, e quindi da una parte siamo eco della vita della comunità ecclesiale, dall’altra come credenti viviamo il nostro essere Chiesa in una realtà umana complessa,  ampia, che ci interessa tutta. Siamo presenti come comunicatori in un mondo che ha tutte le sue dimensioni, cerchiamo tramite la comunicazione di servire la comunione nella Chiesa e  nel mondo. Comunicare a che cosa serve? A capire e a farsi capire, in modo da costruire una comunità che cammina nel mondo. Ritengo orribile usare il comunicare per dividere, la parola è fatta per capire e per unire. Questo lo facciamo con gli strumenti a nostra disposizione, che cambiano nel corso della storia. Se abbiamo il desiderio di costruire intorno a noi un mondo migliore,  lo  facciamo con gli strumenti che abbiamo a disposizione; fra venti anni ci saranno cose diverse da quelle che ci sono oggi, ma l’obiettivo rimarrà lo stesso. La missione fondamentale è costruire comunità, cristiana ed umana.

Papa Francesco parla spesso della misericordia di Dio ed alcuni hanno interpretato questo come una sorta di abolizione della morale cattolica. Come stanno le cose?

La morale cattolica è una morale dell’amore,  l’amore di Dio è l’amore verso gli altri, noi impariamo ad amare Dio e poi i nostri fratelli e le nostre sorelle, quindi un amore che è pronto a perdonare e a fondare la morale cristiana. Ecco che i dieci comandamenti trovano la loro verità nei primi due grandi comandamenti, che devono essere visti come il mettere in pratica l’amore.

L’amore e la misericordia sono il fondamento della morale cristiana, attenzione che quando si dice che Dio è sempre pronto ad amare e a perdonare vuol dire che Dio ci invita ad un amore che ci trasforma, ad un amore che dice vieni, cambia per diventare più simile  a me. Un amore che dà la forza nuova per convertirsi ed uscire da una schiavitù. Il primo annuncio è quello di Dio che ti vuole bene, poi da lì puoi scoprire il suo amore e cominciare un cammino di cambiamento. Quello che papa Francesco fa senza stancarsi è  dire che c’è l’amore di Dio per tutti gli uomini e per tutte le creature.

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