Vico Ospizio, la storia di Taranto raccontata da Giovanni Guarino nella produzione del Crest

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di ROSA CAMBARA

Vico Ospizio. Il vicolo che dà il nome allo spettacolo è la strada in cui vive una famiglia di Taranto vecchia, in una traversa di via Cava. Siamo negli anni Cinquanta e l’Isola antica è ancora il cuore pulsante della città: tra botteghe artigiane, bambini che giocano per le strade, rituali come la Santa Monica e l’affascino, il rumore del mare e delle barche dei pescatori, si snodano le vicende di un padre di famiglia con una moglie e sei figli da mantenere. Sullo sfondo, gli eventi che hanno caratterizzato la storia di Taranto e  che hanno portato la città nella situazione attuale.

Vico Ospizio, storie di vita e di fabbrica” è il titolo della produzione teatrale del Crest Taranto, interpretata da Giovanni Guarino con l’accompagnamento musicale di Pino Magaldi alla chitarra e Angelo Losasso alle percussioni. Lo spettacolo è stato riproposto nell’ambito del “Think Green Festival”, offendo un importante momento di riflessione ai numerosi presenti sull’identità di una città in profonda crisi, perché conoscere il passato è l’unico modo per affrontare il presente e per lavorare ad un futuro migliore.

Guarino ha raccontato con enfasi, attraverso la storia familiare, le trasformazioni di Taranto dagli anni Cinquanta al 1995, anno della privatizzazione dell’Ilva, con la cessione dell’impianto ex-Italsider di Taranto al gruppo Riva. Tra il sottofondo musicale blues e la proiezione di fotografie e filmati d’epoca, l’attore ha ripercorso le vicende dell’Arsenale militare e dei cantieri navali Tosi, che allora sembravano essere l’unico sbocco sicuro per i tanti giovani alla ricerca di un lavoro, per poi arrivare alla crisi del settore e al miracolo dell’Italsider, il grande stabilimento siderurgico che avrebbe garantito un’occupazione a migliaia di ragazzi e padri di famiglia. E poi, la tentazione dell’emigrazione che si scontra contro la volontà di non abbandonare le proprie radici; le prime morti “bianche” per gli infortuni sul lavoro, contro le morti “nere”, per il cancro, che nel corso degli anni inizieranno a crescere. E, nonostante ciò, le forti contraddizioni di una città in cui, a dispetto dello sviluppo economico, persistono disoccupazione e tensioni sociali.

Arriveranno, così, gli anni delle lotte operaie, della malavita, dello sgombero della città vecchia per attuarne il risanamento, al termine del quale le famiglie che un tempo abitavano in quei vicoli saranno costrette a ricomprare le case dai nuovi proprietari. Case che, come sottolinea Guarino, non sono solo edifici, ma pezzi di vita, ricordi, elementi di un passato che forse non ritornerà. Sua madre non ha più voluto passare da Vico Ospizio per l’indignazione. E intanto, veniva costruita la città nuova seppellendo molti tesori di un centro che era stato la capitale della Magna Grecia, come dimostrano i numerosi resti e le tombe che sono riaffiorati nel corso degli anni, scavando sotto l’asfalto.

Attraverso il suo lungo monologo in italiano, arricchito da qualche battuta in dialetto, Guarino dipinge con ironia e amarezza il ritratto di una città che sembra aver perso la propria identità, citando anche gli articoli di Sandro Viola, nipote di Luigi Viola (sindaco di Taranto e fondatore del Museo Archeologico), che hanno raccontato il decadimento di Taranto. Non mancano riferimenti a personaggi politici come Cito e Guadagnolo; scarsi, invece, quelli alla Di Bello e ai Riva, parti di una storia recente che l’autore dichiara di non essere ancora riuscito a scrivere, in virtù dei continui cambiamenti degli ultimi anni.

«La storia di Taranto va raccontata», ha concluso Guarino, in una serata in cui la città vecchia è stata molto popolata, soprattutto di giovani (oltre al Think Green Festival, c’erano due serate musicali nell’Isola).

Uno spettacolo da guardare per riflettere sugli errori del passato e capire come costruire un futuro migliore per le prossime generazioni. Perché, se la tentazione dell’emigrazione è sempre viva, c’è chi vuole restare per non abbandonare la città al suo declino.

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