Grande gioia per i trentasei anni di sacerdozio di mons. Gino Romanazzi

l'arcivescovo Santoro e don Gino

di VITO PIEPOLI

“Com’è grande la Provvidenza ! Stamattina ho celebrato una cresima proprio nella Parrocchia di Gesù Divin Lavoratore. Allora già da questa mattina mi sono ricordato di quel gesto di imporre le mani sul capo di don Gino. È proprio per dire che quando noi con fede, con ardore imponiamo le mani gli effetti avvengono e quindi questo è stato un effetto straordinario che Dio ha benedetto”.
È l’arcivescovo Filippo Santoro che si è espresso con queste parole sulla ordinazione sacerdotale di don Gino Romanazzi, per i suoi trentasei anni di sacerdozio, alla fine della celebrazione che ha presieduto nella parrocchia di Santa Rita a Taranto.
E don Gino, emozionandosi come l’arcivescovo, lo ha così ringraziato: “Nel 1978, presiedeva la mia ordinazione sacerdotale Monsignor Motolese, arcivescovo di Taranto, e lei era tra i celebranti e mi imponeva le mani. Quel giorno io son diventato prete, quel giorno in quel gesto che lei fece, non riconobbi soltanto un amico, ma uno che mi comunicava il dono dello Spirito. Questo dono dello Spirito che adesso è confermato dentro la mia appartenenza alla Chiesa di Taranto di cui lei è Pastore. Io la ringrazio perché questa sera ha accettato di presiedere la celebrazione in occasione del ritiro della Fraternità di Comunione e Liberazione e c’è questa coincidenza con la mia ordinazione per cui io sono doppiamente grato e le chiedo di continuare a vegliare sul mio cammino e sul cammino di questa comunità con quella sapienza, e con quell’amore e ardore missionario con cui lei è stato in questi pochi anni che sono stati così intensi da poter dire: sono veri ! Grazie Eccellenza”.
Doppia gratitudine, quindi per don Gino, doppia contentezza e doppia emozione per i due eventi coincidenti della giornata. Nel ritiro della Fraternità di Comunione e Liberazione, svoltosi nel pomeriggio prima della messa, aveva messo in evidenza che lo scopo del trovarsi era quello di non perdere il gusto del cammino fatto : “Questa è una occasione privilegiata per far memoria del fatto che siamo voluti, nessuno di noi è per un puro caso in questo mondo, se c’è Qualcuno che ci vuole proprio ora …è questo il fattore dominante nella vita di un uomo….il problema non è se siamo a posto o no con la coscienza…non è questo il problema”. Che cosa è l’essenziale? È facile, scontato rispondere Gesù Cristo ma non ce la si può cavare così facilmente diceva don Càrron, fa osservare don Gino.
Una risposta meccanica non basta. Una dottrina, un discorso fatto anche bene, arriva il momento che non basta più. Sempre secondo don Càrron, successore di don Giussani, ogni mattina ciascuno di noi, riprende la strada del vivere con tutto ciò che ribolle dentro il cuore.
Per cui non si ha voglia di fare i discorsetti per essere all’altezza della situazione o difendere chissà quale posizione moralistica.
Il punto del peccato è molto interessante, perché attraverso il dolore di questo, passa pure il valore dell’amare, del sentirsi amati, mentre oggi invece si pensa che tutto è relativo, frase usata all’inverosimile, e se ti va di fare una cosa non c’è niente di male.
Il cristianesimo è un avvenimento, è un fatto presente e tu lo tocchi con mano. Questa vita parla di Gesù perché è un fatto, non è un pensiero spirituale, è una presenza amorosa e l’essenziale è quel tuffo al cuore che lo sguardo di Gesù genera in chi lo incontra.
Solo lasciandoci penetrare da questo sguardo come la Maddalena possiamo capire essenzialmente chi è Gesù. L’essenziale è una Presenza che si coglie in un preciso istante che mi fa “essere” e nessun mio tentativo è in grado di darmi ciò che quell’istante mi dà. Questo rende unito il nostro io affrontando tutte le circostanze e le difficoltà, le sfide e i rischi della vita, ciò nonostante, donandoci gusto e pienezza del vivere.
Ma, senza fare una strada, senza fare un cammino in cui viene richiamato questo avvenimento, quello sguardo, quel tuffo al cuore svanisce, tutto svanisce, l’io si disunisce e siamo vittime del tran tran quotidiano, diventando squallidi.
E questo percorso deve diventare esperienza nella verifica del quotidiano. Spesso si fanno i commenti sul Vangelo, ma i commenti non ci fanno stare nelle circostanze. Un bel discorso, un bell’intervento preparato a livello intellettuale, non ci fa stare nelle circostanze. Quando la realtà ti incastra, il commento non ti aiuta.
Quindi il punto è fare quell’esperienza, sono tutti invitati a fare quell’esperienza, lì dove è possibile incontrarla, frequentando quei luoghi e quelle persone che hanno il privilegio di farla cogliere, perché noi non riusciamo a stare sempre sull’essenziale, su questo fatto perché ci lasciamo prendere dal fare, per rispondere alle nostre paure, spostandoci dall’essenziale, pensando di riuscire a farcela da soli, ma alla prima difficoltà si cede.
E allora chi ci ridesta il cuore non siamo noi, ma è sempre Lui che si ridesta in alcuni volti, nonostante noi lo allontaniamo, non tanto consapevolmente. “Dice don Càrron che siamo al mondo per gridare a tutti gli uomini che c’è un uomo tra noi che è Dio. Ebbene, colui che riconosce questo uomo tra noi, che è Dio, sta meglio !”, ha concluso don Gino.

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