.Mons. Filippo Santoro, Arcivescovo Metropolita di Taranto. Ecco il messaggio augurale per il 2015

Pubblichiamo il messaggio augurale per il 2015 di mons. Filippo Santoro, Arcivescovo Metropolita di Taranto

“Nell’ultimo giorno dell’anno tutta la Chiesa innalza l’inno del Te Deum. Un cantico in prosa antichissimo, una grande lode trinitaria per dire grazie al Signore per i giorni trascorsi. La lode, il ringraziamento, l’adorazione, sono gli ultimi gradi della preghiera che man mano si purifica fino alla comunione piena. È come se nel percorso delle suppliche, delle accorate richieste di aiuto e di illuminazione di tutto un anno, arrivassimo insieme attraverso ogni vicenda, lieta o triste, ad una viva conoscenza di Dio. Uno sguardo umano volto al passato, ancora una volta si caricherebbe di scoraggiamento. Ad un’analisi veloce il 2014 non sembra sia stato un anno ottimale. Non mi riferisco esclusivamente alla crisi economica, né tantomeno al caso Ilva. La prima immagine che affiora alla mia mente in questo 2014 sono i numerosi e costanti episodi di suicidio che ci hanno raccontato una Taranto sotterranea, fatta di solitudini, di depressioni, di isolamenti. Una realtà drammatica ancora tutta da interpretare. Ho negli occhi la bara bianca di Marco, il giovane di Monteparano assassinato dal fratello, che ci ha raccontato come in tanti altri posti d’Italia, gli orrori che possono accadere nell’ambito familiare.
Si è affacciata in maniera inquietante anche l’antica ombra della criminalità, delle organizzazioni di stampo mafioso.
Ho anche visitato tanti presidi di scioperanti e molte vertenze di lavoro hanno trovato ascolto in episcopio. Il vicino mare Adriatico è ancora percorso dal disastro che porta lutti e dolori.
Allora perché dovremmo portare a Dio il nostro grazie? Il nostro sguardo di fede ci porta a ringraziare per tanti operatori di bene, nella Chiesa e nella società; per i giorni che ci aspettano, per la possibilità di percorrere la strada della conversione e della speranza, perché possiamo diventare noi stessi strumenti di cambiamento e di miglioramento. Soprattutto nella battaglia della vita non siamo soli. Dice la Bibbia: “vita hominis militia est – la vita dell’uomo è un combattimento” (Giobbe 7,1). In questa lotta il Signore si è fatto vicino al nostro dramma e alle nostre gioie. Il Verbo si è fatto carne.
Tanti parroci usano nell’ultimo giorno dell’anno riportare ai fedeli il numero dei sacramenti amministrati in parrocchia, quanti sono stati i bambini che hanno ricevuto il battesimo, e quanti i fratelli e le sorelle che abbiamo accompagnato alla Casa del Padre. È un modo semplice di illuminare il mistero della vita, il grande dono di Dio, e di quanto bene riceviamo senza accorgercene. Mettersi davanti a Dio, ringraziarlo e pregarlo, come figli è l’affermazione palese che, come dice Papa Francesco, nessuno di noi è uno scarto di fabbrica, non siamo masse senza valore, ma siamo figli, per questo sento di ringraziare il Signore, per tutti i volontari di questa chiesa diocesana, che, insieme a tante persone di buona volontà, anche senza una fede definita, hanno reso onore alla carne di Cristo, nell’accoglienza di migliaia di profughi lungo tutto il corso della torrida estate. Il Papa ci consegna per il 1°gennaio per la Giornata Mondiale per la Pace un tema particolarmente importante. “Non più schiavi, ma fratelli”. “ Spesso si crede che la schiavitù sia un fatto del passato. Invece, questa piaga sociale è fortemente presente anche nel mondo attuale”.
In questi ultimi giorni dell’anno, solitamente oltre ai bilanci si fanno i pronostici, qualcuno addirittura lascia intendere di scomodare le stelle o altri vaticini. Il cristiano congiunge le mani in preghiera e le sue maniche sono già rimboccate per impegnarsi a servizio della Provvidenza. Qualcuno mi chiede che cosa mi aspetto, che cosa vorrei per il 2015. Per me personalmente niente, ma per questa terra invoco da Dio il dono dell’unità e la volontà di costruire insieme, protési verso il futuro e non ingabbiati nella comoda ma sterile situazione del passato. C’è uno spirito di diffidenza che ancora non ci rende unanimi sui fronti delle grande sfide, come quella della salute, dell’ambiente e del lavoro. La comunità civile, nei momenti decisivi risulta sfilacciata perché, per usare una metafora squisitamente evangelica, continuiamo a cucire rattoppi nuovi sulla stoffa vecchia che finisce comunque sia per strapparsi. Raccogliamo dall’esperienza passata quello che c’è da raccogliere, quello imparato a caro prezzo e cioè il valore della vita e a ricusare ogni forma di ricatto occupazionale. Le ultime vicende del Governo ci spronano a giocare una partita, cominciando con il cogliere gli elementi positivi. Abbiamo infatti accoratamente chiesto, per mesi, una presa in carico dello Stato inerente dello stabilimento, che si mettessero in campo tutte le risorse necessarie per una realtà industriale che non è solo drammaticamente tarantina ma italiana. Abbiamo però anche imparato via via a conoscere, a scoprire, in tutta la sua complessità e criticità, il dramma ambientale: dall’aria, al sottosuolo, al mare. Si è finalmente mostrato un nuovo interesse per i bambini pensando ad un centro tumori infantile, ma occorre togliere o sanare la causa dell’inquinamento. Altrimenti continueremmo a macchiarci dello stesso peccato di Erode. Per questo ciò che mi crea apprensione è che la questione ambientale passi in secondo piano o che sia affrontata in maniera più lenta. Il risanamento e la ricerca di nuove tecnologie ecocompatibili, sempre più urgenti, non devono essere subordinati o procrastinati in ordine di tempo, di velocità, di importanza.
Nel 2014 probabilmente abbiamo distolto lo sguardo dal punto di vista economico dall’Ilva, magari relativizzandolo e abbiamo cominciato a considerare altre fonti, altre possibilità o priorità per il futuro. Sebbene solo inizialmente, o timidamente, abbiamo considerato in maniera più sistematica il recupero della Città Vecchia, il rilancio turistico, le aziende agricole, le piccole e medie imprese. Invito a non soffocare i germogli di bene con lo scoraggiamento e la solita diffidenza.
Per tornare al canto del Te Deum, mi piace soffermarmi soprattutto sulla sua conclusione, gli ultimi versetti così recitano: In te, Dómine, sperávi: non confúndar in ætérnum, in te Signore speriamo (tu sei la nostra speranza) non saremo confusi in eterno. Amo questa frase perché la speranza diviene nemica del caos, della confusione, perché essa ha un nome che è il Signore Gesù. Non una promessa fumosa e vaga, ma la Sua presenza ed il dono fattivo che vince lo smarrimento.
A tutti quindi auguro un 2015 di speranza, quella virtù che si concretizza e rende a noi il dono della comunione!
Buon 2015 per tutti”.

+don Filippo, Arcivescovo

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