Conferenza della professoressa Elena Pontiggia: “Jackson Pollock e l’Europa”

 

 

Pontiggia

di Silvana Giuliano Jackson Pollock è stato un pittore statunitense, considerato uno dei maggiori rappresentanti dell’Espressionismo astratto o Action paiting. Le sue opere sono esposte nei maggiori musei del mondo, eppure Pollock non viaggiò mai al di fuori degli Stati Uniti.
“Jackson Pollock e l’Europa” è stato il tema della conversazione che la prof. Elena Pontiggia, docente di Storia dell’arte contemporanea nell’Accademia di Brera, ha tenuto nel Salone di Rappresentanza della Provincia di Taranto. L’evento è stato organizzato dall’Associazione Amici dei Musei, presieduta da Annapaola Petrone Albanese. “L’influenza di Jackson Pollock sull’arte italiana ed europea è stata profonda, ha spiegato la relatrice, si è sentito il fascino di questo nuovo modo di dipingere, un modo in realtà drammatico che esprimeva con energia e disperazione il tempo in cui si viveva, quello della guerra mondiale e quello successivo alla seconda guerra mondiale. Era il tempo dell’esistenzialismo, delle domande senza risposta, che certo l’uomo ha sempre avuto, ma che in quegli anni di guerra, di distruzione, di bomba atomica si ponevano con più drammaticità. In Pollock c’è inizialmente una meditazione su Picasso e sull’arte surrealista. Molti artisti europei che giungevano in America hanno influenzato Pollock, ma è stata soprattutto l’idea surrealista di un’arte che non derivasse dalla logica e dalla razionalità a caratterizzare le sue opere. La ricerca dei colori è stata sempre primaria in Pollock, un pittore che non dipingeva sul cavalletto, ma che lottava col quadro ponendolo per terra e entrandoci dentro quasi fisicamente. Le sue opere non rappresentano né figure, né paesaggi, ma colori. Oggi nessuno dipingerebbe più come Pollock, perché sono cambiati i tempi, ma in quegli anni era giusto che ci fosse un’artista così”.
Fu “Times Magazine” nel 1956 a definire l’artista “Jack the Dripper” tanto era divenuta famosa la tecnica artistica che aveva elaborato il Dripping, appunto.
In che cosa consistesse questo “sgoccialamento” l’aveva spiegato l’artista stesso in una delle sue rare dichiarazioni: “La mia pittura non nasce su cavalletto. Quasi mai stendo la tela sul telaio prima di cominciare a dipingere. Preferisco fissarla al muro, o su pavimento, senza intelaiatura. E’ un po’ come il metodo usato da certi indiani del West che dipingono con la sabbia”. L’artista, infatti, faceva colare i colori direttamente sulla tela o schizzare grazie a vari utensili, come mestichini, bastoncini, lame.
”Pollock – ha sottolineato la relatrice – compose opere (in genere di notevoli dimensioni) di raffinata sensibilità cromatica. Dal 1950 al 1952, però, l’artista abbandonò il colore per il solo bianco e nero. Dopo la morte, avvenuta l’11 agosto del 1956 a causa di un incidente automobilistico, Pollock fu innalzato a simbolo dell’action painting, di cui è considerato l’inventore, oltre che il massimo esponente. Le opere prodotte con questa tecnica somigliano a giganteschi grovigli di fili colorati, in cui non si possono distinguere figure.
Per pura coincidenza, è di questi giorni la nota del CNR in merito alla mostra Alchimia di Jackson Pollock. Viaggio all’interno della materia, in corso a Venezia, presso la Collezione Guggenheim e visitabile fino al 6 aprile. Il Molab-Cnr, Laboratorio mobile per indagini non invasive sulle opere d’arte costituito da Istituto di scienze e tecnologie molecolari (Istm-Cnr), Istituto nazionale di ottica (Ino-Cnr) e del Centro SMAArt di Perugia, con alcuni importanti interventi nei maggiori musei italiani ed europei al suo attivo, ha messo in campo metodologie ottiche che hanno permesso di acquisire informazioni sulla distribuzione dei materiali e sulla tecnica pittorica dell’artista.
“Il Molab-Cnr nel 2013 ha eseguito una campagna conoscitiva delle opere di Pollock esposte nelle sale del Guggenheim attraverso tecniche spettro-analitiche, per poi approfondire le indagini su Alchimia con il rilievo morfologico con microprofilometria laser della tela dal retro”. Il Consiglio nazionale delle ricerche ha, inoltre, eseguito sulle opere esposte una serie di indagini scientifiche fondamentali per procedere al restauro. In particolare l’opera Alchimia è stata oggetto di particolare studio. “Abbiamo rilevato quindici diversi tipi di pigmenti, tra i quali l’oltremare, il blu e verde ftalo, solfo-seleniuri di cadmio, viridian, bianco di zinco e titanio e una resina alchidica, prodotto per pittura industriale, usata per la prima volta da Pollock per la sua più elevata velocità di polimerizzazione rispetto ai tradizionali leganti ad olio per artisti. Riguardo allo stato di conservazione, la pittura presentava depositi di pulviscolo atmosferico e composti indotti dal degrado chimico di alcune componenti originali, mentre la tela evidenziava deformazioni indotte dal carico del materiale pittorico”.
Ancora una volta l’Associazione Amici dei Musei è riuscita a regalarci un appuntamento di altissimo livello.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...