L’icona della collezione del Vescovo Ricciardi torna al MarTa

Foto iconeFoto Icona miadi SILVANA GIULIANO

L’icona della collezione del Vescovo Giuseppe Ricciardi, raffigurante la Vergine col Bambino, è tornata al MarTa per essere esposta nella XXI sala del museo, dopo il restauro finanziato dall’associazione Amici dei Musei di Taranto ed eseguito dal laboratorio del prof. Maurizio Lorenzoni di Polignano. La collezione fu donata dal Vescovo nel 1909, per disposizioni testamentarie, al Regio Museo di Taranto. Oltre alla bellissima icona bizantina e ad una Addolorata piangente su lastra di zinco, furono donati altri diciotto quadri, tutti con soggetti di ispirazione religiosa, sono dipinti ad olio su tela e si inquadrano fra il XVII e il XVIII secolo.

Negli anni scorsi sono stati restaurati a cura dell’Associazione altre sei opere, ossia: la Maddalena, l’Amore dormiente, l’Addolorata tra i santi Nicola e Barbara, santa Cecilia che suona l’organo, la Circoncisione e la Maddalena penitente.

La notizia dell’avvenuto restauro dell’icona è stata ufficializzata dalla presidente dell’associazione AnnaPaola Petrone Albanese durante un incontro svoltosi nella sala Mostre del museo. All’evento hanno partecipato, oltre alla direttrice del MarTa Eva Degl’ Innocenti, Cosimo Damiano Fonseca, Accademico dei Lincei che ha tenuto una relazione su “L’onore dell’icona passa al prototipo: l’eredità del Niceno II” e Marina Falla Castelfranchi, ordinario di Storia dell’arte medievale e bizantina dell’Università del Salento che si è occupata di “Origine e sviluppo della icona a Bisanzio”.

“Il Cristianesimo – ha spiegato Fonseca – una volta diffusosi ed organizzatosi anche dal punto di vista delle strutture cercò di darsi un corredo culturale che rispondesse più direttamente alla cultura del proprio tempo. I primi secoli della Chiesa, nei concili precedenti al  Niceno, furono praticamente un cantiere culturale e il concilio rappresentava il risultato della elaborazione di tipo teologico. I concili affrontavano problemi di carattere cristologico e mariologico. A questo punto si poneva il problema della considerazione delle iconografie sacre con una prima divaricazione fra l’Occidente e l’Oriente. L’Occidente non avvertiva il problema della raffigurazione della divinità. I vescovi cattolici, infatti, parteciparono al Niceno II, ma non portarono nessun contributo perché per loro era del tutto pacifico che si potesse raffigurare la divinità, mentre per gli orientali il problema si poneva anche per il concetto stesso di organizzazione di Chiesa. Discussero soprattutto dopo che l’imperatore Leone III l’Isaurico, nei due decreti del 726 e del 730, aveva proibito il culto delle immagini, ordinato la distruzione delle icone, di qui il grande esodo di questi manufatti in tutta Europa”.

L’icona è un’immagine sacra della tradizione cristiana orientale e anche occidentale. Nel 787 il secondo concilio di Nicea stabilì l’importanza del culto delle icone per tutto il mondo bizantino fissandone le tipologie in rapporto alla liturgia e alle esigenze teologiche, in modo tale che la loro produzione continuò per secoli secondo schemi immutati ripetuti fino ai giorni nostri. Le icone non si limitano a illustrare un personaggio o un avvenimento sacro, ma lo interpretano in chiave simbolica, secondo il pensiero dei Padri della Chiesa. Realizzate con diverse tecniche, ma più frequentemente a tempera su tavola, le icone rappresentano il Cristo, la Madonna, i santi, oppure scene narrative legate sia alla vita dei santi sia alle dodici feste più importanti dell’anno liturgico. Venivano collocate non soltanto nelle chiese, ma anche nelle case per la devozione domestica. La prof.ssa Castelfranchi ha illustrato l’evoluzione dell’icona intesa nel senso tecnico e classico. “L’icona restaurata – ha spiegato la relatrice – raffigura la Vergine. Sulla destra è presente un’iscrizione in nero aggiunta in un secondo momento, quella più antica è in rosso sulla sinistra, in alto sono raffigurati due angeli in preghiera. E’ un pezzo di alta qualità e di grande interesse databile tra fine ‘400 e inizio ‘500. Un tipo di icona post-bizantina, ossia di produzione successiva alla caduta di Costantinopoli in mano turche nel 1453. Tranne che in alcuni punti è ben conservata compreso il fondo oro”.

“La novità emersa – ha sottolineato Eva Degl’Innocenti – è stata di posdatare l’icona rispetto alla datazione finora acclarata del XIII sec, pertanto ha proposto di elaborare un vero e proprio progetto di ricerca con le Università e ed anche le analisi archeometriche sul legno e capire anche  perché il vescovo Ricciardi la incluse fra le opere donate al museo”.

Nel corso dell’incontro, Giancarlo Antonucci, presidente dell’Associazione Dopolavoro Filellenico, ha consegnato alla Petrone il messaggio giunto da Atene delle prof.sse Niki Koutràkou, bizantinista, Eleonora Koundùra e Sofia Patoùra, Direttrici di Ricerca dell’Istituto di Ricerche Storiche – Dipartimento di Ricerche Bizantine, Atene e socie del Dopolavoro Filellenico. Il messaggio così recita: “Siamo molto felici per l’eccezionale iniziativa che hanno realizzato gli Amici dei Musei di Taranto, di impegnarsi nella conservazione e nel restauro dell’icona della Madonna di pregevole fattura appartenente alla collezione Ricciardi, pur in tempi particolarmente difficili. La presenza di questa icona bizantina costituisce una prova palpabile degli stretti rapporti, durevoli e dai molteplici aspetti, delle terre d’Italia e di Grecia e della tradizione che condividono” […].  La manifestazione, oltre a rappresentare una delle tante attività degli Amici dei Musei, è un  esempio della collaborazione fra le varie associazioni che operano sul territorio.

 

 

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