L’inquinamento non si combatte spostando il Terminal bus Lo comunica Luigi Romandini

A leggere certi provvedimenti del sindaco Stefàno sembra di assistere ad una delle scene più esilaranti del film “Johnny Stecchino”, precisamente quella in cui si dice che il maggiore problema di Palermo è il traffico. Evidentemente anche il primo cittadino uscente la pensa allo stesso modo: l’inquinamento a Taranto è causato dal traffico.
In coerenza con le inutili limitazioni alla circolazione stradale al rione Tamburi, previste in occasione dei “wind day”, martedì 21 marzo 2017, il sindaco ha firmato un’ordinanza per “interventi a tutela della qualità dell’aria e dell’ambiente nel territorio comunale” con la quale sposta una parte dei bus a lunga percorrenza dal terminal del porto mercantile al Parco Cimino dove confluirà anche il capolinea degli autobus Amat di via Consiglio. Ci sembra la degna conclusione di un decennio da dimenticare.
A Taranto le principali fonti emissive di inquinamenti nell’aria sono di derivazione industriale: in particolare le cokerie Ilva e gli altri impianti dell’area a caldo. Lo dicono studi, rapporti sanitari, dati epidemiologici. Lo certifica l’Agenzia regionale per l’ambiente (Arpa), lo sostengono le perizie confluite nel processo “Ambiente svenduto”. Qualcuno avvisi il sindaco uscente.
Nel merito, il provvedimento contrasta con la razionale consuetudine adottata in tutte le città, di collocare i terminal bus in prossimità delle stazioni ferroviarie e non dalla parte opposta, proprio per favorire l’intermodalità dei trasporti e per agevolare i viaggiatori. La mobilità è una materia complessa che non può essere gestita con approssimazione soprattutto in una città dalla particolare morfologia come Taranto che necessita di un moderno piano per la mobilità urbana.
Non si comprende, infine, perchè il sindaco non preveda nella sua ordinanza alcuna misura rivolta alle industrie che impattano in maniera preponderante sulla qualità dell’aria e sulla salute dei cittadini, soprattutto ora che la produzione giornaliera dell’Ilva è aumentata, nonostante i suoi impianti continuino formalmente ad essere sotto sequestro.

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