Una realtà che diventa segno. La storia della Confraternita dell’Addolorata e di San Domenico

tavolo

di MARIA SILVESTRINI

“Una realtà che diventa segno ed un segno che diventa realtà”. Il brevissimo inciso di mons. Marco Morrone, Padre spirituale della Confraternita della SS.ma Addolorata e di San Domenico, racchiude la storia e la vita dell’antichissima congrega che conta oggi circa 1.300 fra confratelli e consorelle. Una storia iniziata nel 1670, cento anni dopo la battaglia di Lepanto che vide la vittoria delle milizie cristiane sui turchi, per volontà dei padri Domenicani che abitavano nel convento. All’inizio il titolo ricordava solo San Domenico e la sua straordinaria devozione alla Vergine. Solo nel XVIII secolo, quando Padre spirituale della Congrega fu eletto Padre Francesco Cosa, al titolo fu aggiunto quello della Santissima Addolorata. Padre Cosa infatti portò in dono al sodalizio una splendida statua in legno della Vergine, con la cassa delle “robbe”, che due volte l’anno era portata in pellegrinaggio: a settembre ed il Giovedì Santo per la visita agli altari della Reposizione.
Nasce così la ‘peregrinatio’ della Vergine Addolorata per le vie di Taranto. Un rito che coinvolge non solo i confratelli, ma tutti i tarantini “perché assistere alle processioni della Settimana Santa è segno di un legame forte con la nostra tradizione – ha sottolineato nella presentazione dell’evento Gabriella Ressa– Un legame che si radica nelle immagini dei perdoni guardati con stupore nell’infanzia, che cresce nella consapevolezza dell’attenzione e della fede, che diventa più forte con l’amore con la preghiera”.
La realtà della Confraternita è stata spiegata dal Priore Raffaele Vecchi. Storia, riti, opere, in un excursus rapido ed intenso che il pubblico ha vissuto con partecipazione ed emozione nella straordinaria cornice dell’Oratorio di San Domenico. Vi si giunge per una scaletta a chiocciola ricavata nelle spesse mura del convento, e come per incanto si apre con un soffitto luminoso e chiaro. Lungo le pareti pesanti armadi conservano le mozzette nere con il friso bianco dei confratelli. Un nucleo storico risale al 1670, via via si è rinnovato. Le mozzette sono il segno distintivo, colore, medaglione, un corredo che si trasmette di generazione in generazione insieme agli altri simboli portati in processione e così cari al cuore dei tarantini. La troccola che richiama tra i vicoli gli uomini alla preghiera ed al pellegrinaggio. Quella che si usa tutt’ora è quella di Martone del 1912. E poi la Croce con i simboli, le ‘pesare’, il bastoncino … ma, forse la vera scoperta per tutti i presenti, sono stati i due bussolotti bianchi e neri per raccogliere le pietre durante le votazioni.
Vivere l’esperienza della processione è una straordinaria testimonianza di fede. Solo i confratelli possono sapere fino in fondo la fatica, il silenzio, il freddo e la preghiera che aiuta ed esalta a quella Madre così vicina ai problemi e agli affanni di ciascuno. Dalla mezzanotte del Giovedì Santo fino al primo pomeriggio del Venerdì la folla stringe la lunga teoria di mozzette bianche e nere, le accompagna e le sostiene, le torce accese seguono la statua e le bande sottolineano l’incedere lentissimo, la ‘nazzicata’ che culla il dolore e lo sfinimento.

don Marco
Della nazzicata c’è uno scatto prezioso che la fotografa Rosa Colacoci ha fissato nel 2014. Un piede scalzo che si solleva quasi di scatto, forse per una ferita o una puntura. Donato a Papa Francesco in udienza pubblica in Piazza San Pietro il 14 giugno 2014, è stato consegnato alla Confraternita. Un modo insolito per individuare una delle caratteristiche salienti delle nostre processioni.

foto finale
A.D.1670. Storia, riti ed opere della Confraternita della Santissima Addolorata e di San Domenico, è stato un momento di incontro di grande spessore voluto in questo periodo di Quaresima da tre associazioni: il Serra Club guidato da Mariangela Tarantino, l’Associazione Maestri Cattolici, presidente M.Antonietta Spinelli, e Amic.A presidente Gabriella Ressa. Questi sono i nostri riti, una ricchezza della nostra terra, realtà e segno di una tradizione che esprime la fede profonda della nostra gente.

 

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