Vivere senza malinconia, il ricordo di Leo Pantaleo

leo pantaleo

di FRANCESCA RANA

“Il teatro è un luogo falso dove si racconta la verità. La vita è un luogo falso dove non si dice mai il vero, così considero il teatro, così mi considero io stesso”. Nell’estate del 2000, Leo Pantaleo, attore, regista, costumista, e sceneggiatore, un artista poliedrico, provava a spiegarmi il senso del teatro in una chiacchierata sul cortometraggio “Ballata alla Città dei due Mari”, modernizzata tragedia greca, sperimentale, con le musiche di Pino Russo, dedicata a Federico Fellini dopo le rappresentazioni teatrali del ’99 a Taranto e Toronto in Canada, al Viva Vitalità Gala. Oggi, pochi giorni dopo la sua morte, il 13 aprile 2017, a 77 anni, primo giorno del triduo pasquale, ripenso a quando ero ancora una giornalista, iniziavo a muovere i primi passi nelle redazioni ed era riuscito a convincermi lanciarmi in una favola avventurosa, recitando una scena in questo suo lavoro onirico. Ero sul palco del Teatro Orfeo, avevo un costume bordeaux e lui venne a disordinarmi i capelli, perché dovevo sembrare arruffata ed in disgrazia. Fu la prima di una lunga serie di emozioni provate assistendo ai suoi spettacoli e recensendoli, successivamente, tantissime volte sui 96.500 mhz di Radio Cittadella, nei giornali radio, nei programmi “Riflettori”, “Terza Pagina” o “Arte dello Spettacolo”. Non c’ero, non ero nata o ero troppo piccola quando viveva a Roma, tentava la fortuna in tv, al cinema ed in teatro. Io c’ero quando mi raccontava alcune storie di quel periodo, gli aneddoti su Rodolfo Valentino o Sophia Loren. L’ho conosciuto nella città dove aveva vissuto ed aveva scelto di tornare, nonostante fosse nato ad Alberobello. L’ho visto all’opera nel suo teatrino di via Matteotti o durante le riprese di “L’Assrum”, dramma sociale e neorealista contro la pedofilia, girato tra Ginosa e Massafra, usato nelle lezioni di italiano, dialetti e cultura popolare di Mario Costa in una scuola d’arte di New York, premiato con una “Minerva” di bronzo ad un festival di cortometraggi di Salerno e proiettato a Torino nel 2011 in una rassegna di arti e poesia di Carlo Panzarino, alla ricerca di narrazioni intrise di sciamanesimo. Il sogno infranto di dirigere un teatro comunale dell’innovazione, in un nuovo spazio teatrale costruito tra i resti dell’anfiteatro romano, è stata la sua grande delusione, l’ennesima sofferta in un territorio troppo spesso colpevole ingiustificato di ingratitudine, insensibilità ed oblio verso i suoi talenti più veri ed autentici. Tante regie mi tornano in mente e bisogna ricordare il recente secondo allestimento di “Anna Fougez, il mondo parla, io resto”, commedia musicale in due atti con gran finale, ed i suoi fantastici costumi. Quando l’ho intervistato l’ultima volta sui costumi esposti in una mostra – uno ceduto alla collezione di Paolo Ruta, gli altri due prestati alla cantante Tiziana Spagnoletta – poco prima di morire, durante la settimana santa, stava vegliando sui suoi attori, alle prese con le prove di “Vento di Tramontana”, altro successo indimenticabile e rappresentato tanti anni fa. La sua casa potrebbe diventare un piccolo museo, un luogo di formazione o semplicemente un rifugio intimo e discreto, senza riflettori, di famiglia ed amici, in ricordo di un autentico maestro, il solo riconosciuto nel territorio, tra costumi di scena, cimeli e premi, fino alla vozza a bicchiere di ceramica ricevuta al Corto Sordi, a Grottaglie, nel 2016. In conclusione, ripenso alla sua sceneggiatura intitolata “Il mistero della Casa di Agnese”, un viaggio misterioso sulla vita e sulla morte, con tante domande sul paradiso e la risurrezione. Si materializzano davanti ai miei occhi Agnese, 33 anni di attesa alle soglie dell’aldilà in un limbo, e Rocco, finalmente illuminato e consapevole di essere morto, di dover abbandonare il suo corpo e di dover raggiungere le sua amata, seguendo la splendida luce di una nuova vita eterna, appena iniziata. Lo stesso bagliore, forse, ora ha riscaldato il cuore di Leo Pantaleo, un amico, una persona buona, senza più punti interrogativi, con tutte le risposte, in pace tra i suoi personaggi colorati e complessi, la sua poetica riflessiva, le sue amate dive sciantose, in un’altra dimensione, sopra qualche nuvola, trasformata in un tabarin, dove si insegna a “Vivere, senza malinconia” con i testi di Tito Schipa.

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