Storie di mafia: Giovambattista Tedesco

gruppo 4A

di MARIA SILVESTRINI
“Io, avversario di una segreta corruzione,/ vittima sacrificale,/ mi immolai per la giustizia.
Fui ucciso sulla via di casa/ da uomini ricchi del loro nulla/ e padroni solo del silenzio”.
Così Benedetta Città, allieva della 4AC del Quinto Ennio-Ferraris conclude la sua poesia dedicata a Giovambattista Tedesco, ucciso a Taranto il 2 ottobre 1989 perché aveva scoperto e denunciato i troppi illeciti che si consumavano all’interno dell’acciaieria. La poesia le è valsa il primo premio, ex aequo con gli studenti del Lentini di Mottola, del concorso che Libera Taranto ha indetto come tema dell’anno. Grande successo per l’edizione 2017 che si è conclusa con un convegno sul tema : ” Il coraggio morale di un cittadino, Giovanbattista Tedesco“. Nella sede dell’Università in città vecchia la premiazione alla presenza di Alessandro Tedesco, figlio di Giovanbattista che ha reso una emozionante testimonianza. Altre scuole premiate la Pirandello di Paolo VI e la Rodari di Palagiano, in una mattina in cui le storie di mafia sono tornate prepotentemente alla ribalta ricordando il sacrificio di uomini preziosi.
I ragazzi del Quinto Ennio hanno studiato con attenzione la storia di Giovambattista Tedesco. Nella Relazione della Commissione Antimafia, presieduta da Gerardo Chiaramonte, e stilata dal giudice Luciano Violante si legge: “Nella notte tra lunedì 2 e martedì 3 ottobre 1989, in un rione di Taranto, sotto la casa dove abitava, fu trovato, assassinato, il corpo del nostro concittadino, appartenente all’Arma dei Carabinieri, Giovanbattista TEDESCO. Svolgeva servizio, come capo della vigilanza, all’ITALSIDER, dove allora lavoravano 12.000 persone. Fu soppresso perché non aveva voluto sottostare alle imposizioni della Sacra Corona Unita che, alle acciaierie di Taranto, la facevano da padrone. All’Italsider, – sempre stralciando dalla citata Relazione – si rubava in quattro modi: con le sottofatturazioni delle tonnellate di acciaio che uscivano dallo stabilimento; con i materiali di scarto – e non – che venivano portati alle discariche dove erano pronti i camion dei mafiosi a ritirarli; con le denunce per furti, circa 2 miliardi (dell’epoca) al mese, alle compagnie assicuratrici, beneficiando del relativo risarcimento; con il Bilancio aziendale costantemente in perdita e il relativo intervento dei finanziamenti statali per il ripiano”. La città di Taranto, in riconoscimento del suo sacrificio, dedicò al vigilante una piazza, nel quartiere dove abitava.
Dallo studio all’approfondimento del tema con una lunga intervista ad Alessandro Tedesco, oggi referente del coordinamento di Libera a Taranto. Guidati dalla docente di storia Giuliana Palermo i ragazzi della 4AC hanno imparato il significato profondo di parole come omertà e ipocrisia, che celano dietro il silenzio o il quieto vivere, il dolo, il malaffare e l’ingiustizia. Scrive Benedetta Città “astuti commerci venivano intrapresi da nuovi mercanti. Leghe di ferro e carbonio sostenevano il potere di uomini/ alleati della violenza e possessori di una ricchezza/ tanto grande quanto indegna”. L’inquinamento di Taranto cominciò in quegli anni e fu dapprima un inquinamento delle coscienze poi inquinamento dell’aria, dell’acqua, della salute.
Oggi una nuova generazione prende coscienza, anche grazie a Libera, che le storie di mafia sono tante, tutte dolorose. Oggi 23 maggio ricordiamo il venticinquesimo anniversario della strage di Capaci, la strage che ha segnato uno dei momenti più tragici della storia del nostro Paese. La morte di Giovanni Falcone e della sua scorta propose con evidenza la ferocia inaudita delle mafie ed i complessi intrecci con i poteri politici ed economici. Libera con le sue testimonianze ci ricorda che la battaglia non è vinta, che connivenze e omertà sono cose dei nostri giorni, che la virtù della retta coscienza è un seme che deve attecchire e crescere nella famiglia e nella scuola e i ragazzi della 4AC del Quinto Ennio, con il loro impegno ne danno testimonianza.

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