Il vescovo di Cassano allo Jonio, don Ciccio Savino, alla “Tre giorni di riflessioni”

don ciccio

Ha passato tutta la sua vita sacerdotale fra l’impegno con i giovani e le sfide della solidarietà. Sue sono le iniziative bitontine per i malati di Aids, le ragazze madri e i malati terminali, con l’Hospice intitolato a don Marena, suo mentore e maestro. Tutto questo è don Ciccio Savino, vescovo di Cassano allo Jonio, ospite sabato della sessione mattutina della Tre giorni di riflessioni organizzata dal consigliere regionale Gianni Liviano con l’associazione Le città che vogliamo e in collaborazione con Argomenti 2000 dell’on. Ernesto Preziosi.
“Lettura dell’impegno a partire dal Vangelo e dalla dottrina”, questo il tema sul quale si è intrattenuto don Ciccio Savino, l’uomo che è vicino a tutti, che si fa compagno di strada di ciascuno, particolarmente dei più deboli.
Tossicodipendenza, Aids ed ogni forma di emarginazione sono gli interessi che don Savino con entusiasmo e ardore sempre crescenti concretizza nella prossimità ai deboli e ai poveri la fede di Gesù Cristo. La carità, infatti, è la forza propulsiva per la ideazione della fondazione “Opera Santi Medici Cosma e Damiano – Bitonto – Onlus” nel novembre 1993. Nel frattempo don Ciccio ha già aperto un centro d’ascolto, una casa d’accoglienza per senza fissa dimora; ha dato impulso alla mensa dei poveri e ha avviato la costituzione di una associazione famiglie contro la droga. Ma, soprattutto, si fa prossimo in modo specifico agli usurati.
“In una regione dove la politica fa da zerbino – è l’esordio di don Ciccio – c’è una alienazione quotidiana dei diritti del popolo e c’è bisogno di cambiamento, di cuori pensanti e di politici dal cuore pensante. Come, per esempio, Gianni Liviano, che dell’ora della resilienza deve saper fare la sua arma per costruire piccole comunità di senso, di significato sul territorio. Questo è il modo migliore per fare da cerniera tra i cittadini e le istituzioni”.
Un percorso che va costruito giorno dopo giorno così come “giorno dopo giorno io stesso sto cercando di imparare ad essere vescovo. Non è piu’ tempo di pensieri deboli, di pensieri liquidi perchè oggi ad essere cambiata è un’epoca che ha mandato in soffitta l’uguaglianza. la legalità, il senso di comunità. Vanno recuperate razionalità e pensieri profondi anche a costo di non essere compresi perchè oggi è tempo di profezia che è tempo di una differenza. Oggi il pensiero cristiano non può omologarsi”.
La politica come forma martiriale di vivere il Vangelo, questa la strada che don Savino traccia aggiungendo come sia importante il recupero dell’etica della parola perchè oggi “siamo passati dal tempo della Pentecoste, quando tutti si comprendevano tra loro, al tempo di Babele, quando tutti parlavano e nessuno si capiva”. E la Babele di oggi sono i social network “mentre le parole, nonostante la comunicazione digitale (guai a cadere nella loro tribalizzazione), si spiegano con il cioè”.
Poi cita Paolo Borsellino. “Sono convinto che il sangue dei martiri è fecondo. Solo in Italia non lo è. Siamo al paradosso che o scegliamo la classe dirigente attraverso la digitalizzazione o attraverso le lobby e la Massoneria. E, in tutto questo, anche la Chiesa ha le sue responsabilità”.
Una Chiesa “che deve tornare a formare i giovani preti”.
“Fate quello che egli vi dirà”, un testo, quello di Giovanni, che dice, spiega il vescovo di Cassano, che quello fu il primo segno che Gesu’ compì. “Oggi – aggiunge il presule – manca il vino nella proposta politica. Il vino nel linguaggio giovanneo è la possibilità di cambiare e noi oggi viviamo la difficoltà al cambiamento. A cominciare dalla politica che deve imparare ad essere sobria, che deve saper trasformare l’acqua del disimpegno nel vino dell’impegno. La mancanza del vino nel nostro tempo per me – sottolinea il vescovo di Cassano – significa che viviamo il tempo della perversione perchè oggi c’è l’egemonia del godimento che si alimenta dello sfruttamento dell’altro”.
Poi disincanto e indifferenza, facce della stessa medaglia che segnano il passaggio “dalla cultura democratica a quella del fascismo. Noi al me ne frego dobbiamo rispondere con l’impegno che parte dalla consapevolezza che noi apparteniamo tutti allo stesso corpo, noi ci apparteniamo anche se non ci conosciamo perchè abbiamo tutti in comune il fatto di essere tutti figli e il destino umano della morte. Il rischio, però, è che prevalga il disimpegno, la rassegnazione e oggi il pensiero unico, omologato e omologante, sta cercando di farci capire che non si può cambiare nulla”.
Infine la proposta concreta: “oggi vi affido un verbo, osare. E’ tempo in cui bisogna osare, riprendere l’interrogativo dossettiano: quanto tempo sentinella manca perchè arrivi l’aurora. E’ tempo nel quale dobbiamo fare esercizio dello spirito e recuperare lo spirito critico attraverso il discernimento comunitario dal quale anche la politica non può prescindere”. Insomma, se vogliamo cambiare il mondo, “dobbiamo cambiare prima noi”, per cui la sfida oggi “è come vogliamo abitare il mondo, come vogliamo abitare la storia, come vogliamo abitare la politica e le istituzioni. Dobbiamo sforzarci di essere un cantiere sempre aperto di cittadinanza attiva rimettendo al centro la Costituzione italiana senza farne un totem”.
Spiritualità, bene comune, responsabilità, vigilanza su stessi, comunità: queste “le cinque chiavi e il portachiavi che vi consegno per aprire le porte dei processi di cambiamento”.

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