Intitolato a Madre Teresa di Calcutta il nuovo Centro di Accoglienza della nostra Diocesi

manifesto

di MARIA SILVESTRINI

Due sante che hanno dedicato la loro vita alla carità e alla preghiera vegliano sul nuovo Centro di accoglienza e spiritualità della Diocesi inaugurato domenica 1 ottobre: Madre Teresa di Calcutta e Santa Teresina del Bambin Gesù. La scelta della giornata intitolata alla protettrice delle missioni e Dottore della Chiesa non è casuale, Santa Teresina è stata infatti una claustrale carmelitana come le sorelle che per lunghi anni sono state ospiti del monastero di “Gesù Sacerdote” nei pressi del Seminario. Come ha sottolineato nel suo messaggio registrato Madre Margherita, superiora della piccola comunità ormai trasferita altrove, “il Signore ci chiama ad un amore gratuito che è accoglienza e preghiera, in quest’ottica il dono della nostra casa alla Diocesi vuole essere un segno di attenzione a chi bussa alla nostra porta e di gratitudine verso la Chiesa di Taranto che si mostra aperta ed accogliente”.
Casa Madre Teresa di Calcutta è un comprensorio vasto dove gli ospiti troveranno luoghi per sviluppare capacità grafiche e artistiche ma anche ampie cucine per imparare l’arte della ristorazione, dalla pasticceria alla pizzeria, con i maestri cuochi Giuseppe Domenico Lillo, presidente provinciale di Federazione Italiana Cuochi sezione di Martina Franca, e Giuseppe Annese, responsabile regionale del Dipartimento Emergenze e Solidarietà. Al centro dell’edificio resta la cappella, così com’era concepita per un monastero di clausura, con le grate e lo spazio per gli ospiti, cuore della spiritualità carmelitana e fonte viva di carità.
Lintegrazione 2

La speranza è stato il fil rouge dell’intervento di don Francesco Mitidieri che ha presentato all’Arcivescovo e agli ospiti il nuovo Centro, che si aggiunge agli altri tre gestiti dall’Associazione di volontariato “ Noi e Voi”. Lucia Scialpi ed Elisabetta Calabresi sono le due volontarie che lavoreranno a fianco di don Francesco a cui il luogo è stato affidato. Un centro che ha l’obiettivo di integrare attraverso il lavoro e la formazione professionale, per aprire le porte ad un futuro diverso per i tanti che hanno sfidato il mare spinti dalla speranza di una vita migliore.
La speranza è attesa di vita, è dialogo, è camminare insieme, ci ricorda il Santo Padre nelle sue catechesi e ci invita a gesti di fraternità: “ Con il vostro impegno quotidiano, – dice agli operatori delle Caritas – voi ci ricordate che Cristo stesso ci chiede di accogliere i nostri fratelli e sorelle migranti e rifugiati con le braccia ben aperte. Proprio così, perché quando le braccia sono aperte sono pronte a un abbraccio sincero, affettuoso e avvolgente”. A queste parole si è collegato mons. Santoro per ricordare che “continuiamo ad essere sollecitati in modo insistente da chi bussa alle porte d’Europa. Il problema mondiale dei migranti non può essere liquidato, né ignorato, né respinto, in tutta la sua emergenza e complessità, per questo la nostra diocesi non rilancerà al mittente la sfida di accogliere i fratelli in fuga”.
vescovo 1

Dopo una breve visita ai locali, tutti insieme nella Cappella: “Questo è e resta uno spazio di Chiesa cattolica, aperto a tutti, ma innanzitutto luogo di Misericordia e di Carità reciproca” ha detto mons. Santoro aprendo la preghiera comunitaria che ha visto la partecipazione di fedeli cattolici e di ospiti musulmani. – La Chiesa diocesana deve sentire questo centro come ‘proprio’ e contribuire a rafforzarlo e farlo crescere perché è con le opere che diamo testimonianza della nostra fede e lanciamo il seme per cambiare la nostra società troppo spesso chiusa in un individualismo asfittico”.
L’arcivescovo ha voluto sottolineare come l’attenzione ai migranti non riduce quello ai nostri poveri. Il 19 novembre, data scelta da papa Francesco per celebrare giornata internazionale per l’eliminazione della povertà, sarà inaugurato il centro di accoglienza per senza fissa dimora di Palazzo Santacroce. “Un’opera che ha richiesto tanti sacrifici e ancora ne richiederà perché la carità è un fuoco che dobbiamo sempre alimentare, a partire dall’impiego del proprio tempo. Le due opere sono entrambe segni della Provvidenza, ed anche la testimonianza di una Chiesa viva e attenta”.

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