“La fame e il cibo nella Divina Commedia” nella relazione della professoressa José Minervini

 

josè

di SILVANA GIULIANO

Josè Minervini, presidente del comitato di Taranto della Società Dante Alighieri, ha tenuto, nella Chiesa di san Pasquale, una relazione sul tema “La fame e il cibo nella Divina Commedia”. La relatrice, attraverso una profonda e precisa analisi di alcuni canti della Comedia, ha illustrato come Dante abbia trattato questi argomenti sia dal punto di vista morale sia da quello enogastronomico. Durante il suo viaggio, Dante giunge nella V fossa dell’VIII cerchio (malebolge), dove immersi nella pece bollente sono condannati i barattieri, ossia i trafficanti nella vita pubblica. In vita compirono, per arricchirsi illecitamente, azioni torbide a danno del comune o del signore da cui dipendevano. Già nelle leggende medievali l’inferno era descritto come una cucina in cui si affaccendavano i diavoli, perciò accanto ai barattieri, nei canti XXI e XXII dell’Inferno, Dante colloca una pattuglia di dieci diavoli che svolazzano nella bolgia come pipistrelli. Il sommo poeta li paragona agli sguatteri che per conto dei cuochi intingono la carne nella pentola coi loro uncini. Il loro compito sembra essere anche quello di andare sulla Terra a prendere le anime dei peccatori. La relatrice non ha trascurato il canto del conte Ugolino che, preso dal digiuno, si cibò del cadavere dei suoi figli, e quello in cui anche il papa Martino IV si macchiò del peccato della gola. Il Pontefice era ghiotto di anguille del lago di Bolsena, fatte annegare nel vino Vernaccia e poi arrostite. “Questi e, mostrò col dito, è Bonagiunta. Bonagiunta da Lucca: e quella faccia di là da lui più che l’altra trapunta ebbe la Santa Chiesa e le sue braccia: dal Torso fu, e purga per digiuno l’anguille di Bolsena e la Vernaccia” (Purg. XIV,19-24).
Anche Paolo III amava la Vernaccia, tanto che il suo bottigliere Sante Lancerio in una lettera rimproverava il Comune di San Gimignano che ne produceva solo 80 fiaschi. “… è una perfetta bevanda da Signori et è gran peccato che questo luogo non ne faccia assai…”
Il tema del cibo è trattato ampiamente da Boccaccio nel Decamerone. Pensiamo alla figura di Chichibio cuoco o a quella di ser Ciappelletto. Pittoresca la descrizione che Maso fa a Calandrino della Contrada di Bengodi dove “si legano le vigne con le salsicce e avevasi un’oca a denaio e un papero giunta, ed eravi una montagna tutta di formaggio parmigiano grattugiato, sopra la quale stavan genti che niuna altra cosa facevan che far maccheroni e raviuoli e cuocergli in brodo di capponi, e poi gli gittavan quindi giù, e chi più ne pigliava più se n’aveva; e ivi presso correva un fiumicel di vernaccia, della migliore che mai si bevve, senza avervi entro gocciol d’acqua”.
Josè Minervini ha elencato i vini più conosciuti all’epoca di Dante: il vino cotto si chiamava vino liquoroso, il vino vermiglio era rosso scuro, il vino bianco di consumo comune, il vino greco, pregiato, perché l’uva con cui veniva prodotto era una rarità. Più commerciale il vino bianco con riflessi verdognoli, il Trebbiano invece vantava una grande fortuna letteraria e poi la Vernaccia. “Questo vino – ha commentato la relatrice – merita un’attenzione particolare perché menzionato più volte nella letteratura. Il nome – ha precisato – deriva da Vernazza località delle Cinque Terre in Liguria, oppure da vernacula (locale, del posto). L’inizio della sua produzione si fa risalire al 1200 per mano di un tale Vieri de’ Bardi, originario della Liguria, e dei suoi figli. Il primo documento ufficiale risale però al 1276 e si tratta degli Ordinamenti della Gabella del Comune di San Gimignano, che dimostrano come il commercio di questo vino fosse già fiorente e redditizio. Si obbligava, infatti, al pagamento di una tassa di tre soldi per ogni somma di Vernaccia esportata fuori il comune”. Risulta evidente come alla fine del XIII secolo la Vernaccia fosse già un vino di pregio, presente sulle migliori tavole dei nobili dell’epoca. Fra gli appassionati della Vernaccia possiamo citare Lorenzo il Magnifico e Ludovico il Moro. Lorenzo il Magnifico apprezzava talmente questo nobile vino, che lo fece servire al banchetto di nozze dei Medici-Rucellai.
Una storia lunga quasi mille anni quella della Vernaccia, apprezzata ancora oggi dagli intenditori, ideale per accompagnare piatti di pesce sia al forno, sia allo spiedo e alla griglia. Inoltre è stato il primo vino in Italia a ricevere il riconoscimento della DOC nel 1966 e della DOCG nel 1993.

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