Emozionante successo del Teatro del mare alle Dionisie

prologo (2)

di MARIA SILVESTRINI
Il Teatro Fusco, nella sua rinnovata bellezza, è stato il luogo ideale per lo svolgimento del Festival nazionale di “Teatro e salute mentale” nato da un’idea della regista Maria Elena Leone e fortemente sostenuto dal Dipartimento di Salute Mentale di Taranto. Martedì 7 maggio un’affollatissima matinèe per ascoltare la scrittrice e sociologa Cinzia Migani e partecipare alla rappresentazione de “La resistenza degli ulivi” opera tragica con testi e regia di Maria Elena Leone.

Ottima introduzione alla performance, l’intervista che Mara Venuto, drammaturga e sceneggiatrice, ha fatto a Cinzia Migani partendo dall’indagine compiuta con il suo “Memorie di trasformazione. Storie da Manicomio”, pubblicato per la casa editrice Negretto Editore. Il saggio presenta l’indagine sul Manicomio di Bologna tra la fine degli anni ’80 ed inizio anni ’90. Una ricerca perseguita con gran coraggio e dedizione che giunge nel quarantennale della Legge Basaglia che ha decretato la chiusura dei manicomi. Lo studio attento degli archivi ha riportato la storia di persone che, per la quasi totalità, era sprovvista di nome; l’autrice si è cimentata dunque nel ritratto di una classe ghettizzata di cui non si ha memoria anche se è molto vicina a noi nel tempo, di uno spaccato sociale in cui la “malattia mentale” era l’unica risposta alla “problematica della diversità”.
Cinzia-Migani-Poto-by-Elisabetta-Mandrioli

L’autrice si chiede “la malattia mentale è contagiosa? O si tratta semplicemente di un effetto della scelta di considerare più marcato e definito il confine tra normale e patologico, tra ordine e disordine sociale negli anni in cui si consolidò il sistema manicomiale in Italia? La stessa domanda si pongono gli attori nell’ultima scena del dramma.
“La resistenza degli ulivi” è metafora della resistenza di un popolo, quello tarantino, che stringendo al petto i suoi morti, resiste alla voracità dell’industria, all’annientamento fordiano della dignità del lavoratore, che si aggrappa ad una speranza e ad un’alternativa verso il mare. La scena si apre alla maniera dei drammi di Bertold Brecht, con canzoni martellate, e del drammaturgo tedesco tutta l’opera è pervasa, a cominciare dall’idea di un rapporto diretto, assolutamente inedito, col pubblico. Le scene procedono a salti ma con profonda continuità. Gli avvenimenti sono incarnati, emotivamente coinvolgenti, invitano a un’azione, a una presa di coscienza critica nei confronti della realtà. La Germania nazista, i suoi campi di concentramento, evocati dallo scandire delle frasi in tedesco, si trasformano, in sequenza, nella grande fabbrica d’acciaio che avvelena ed uccide come una camera a gas. Lo scandire dei nomi dei piccoli uccisi dal tumore, diventa nel teatro un momento collettivo di dolorosa partecipazione. Ognuno ha il suo da ricordare, tutti in piedi per rendere omaggio ad una generazione che sembra condannata dall’ingordigia dell’imprenditore a finire i suoi giorni in un ospedale. Infine anch’esso all’interno di quello spazio di insanità mentale in cui si è relegati quando si marcia contro gli schemi.
maria elena leone

Il pathos del testo di Maria Elena Leone richiama le tragedie greche, con i cori di prefiche, assordanti nel loro lamento, la modernità è nel suono del sassofono che chiama all’azione, è nel costante raffronto fra silenzio ed azione che si avvale di grandissimi talenti: Massimiliano Albano, Vincenzo Aversa, Elvira Cerino, Luca De Giorio, Elisabetta Felicetti, Cinzia Loglisci, Alberico Marigiò, Angelo Miccoli, Immacolata Nuzzo, Carmela Talarico, Onofrio Zampa sono i validissimi attori in scena. Fra questi non si può non sottolineare la presenza di una prima donna biondissima ed accattivante, che sottolinea con la sua corporeità la potenza della vita oltre l’inganno del potere. La resilienza degli ulivi che nell’arcano groviglio dei corpi perpetua la forza di chi non si arrende.
Il Teatro del Mare del Centro diurno Maria d’Enghien, gestito dalla cooperativa Seriana 2000, ha fatto centro ancora una volta nel portare alla ribalta la disabilità come modello di capacità espressiva e di contagiosa umanità.
la compagnia

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