San Cataldo 2019: il discorso di S.E.R. mons. Filippo Santoro dal balcone del Carmine

Carissimi fratelli e sorelle,
oggi la chiesa e la città fanno festa perché “la santità – come ci ricorda papa Francesco – è il volto più bello della Chiesa. Ma anche fuori dalla Chiesa cattolica e in ambiti molto differenti lo Spirito suscita segni della sua presenza, che aiutano gli stessi discepoli di Cristo”. (Gaudete et Exsultate n.9) ed è questo il motivo per il quale confidiamo in queste manifestazioni pubbliche della fede perché ogni uomo attratto dalla bellezza del Vangelo possa costruire il vero progresso dell’umana società e si senta incoraggiato a compiere il bene con fiducia nel prossimo. San Cataldo, giunto tra noi dopo il suo naufragio nel 670, mostra subito la sua generosità: dà la vita ad un muratore, vittima del lavoro, ridona la vista ad un cieco e la voce ad una pastorella sordomuta. Scaccia i demoni ed il male. Amico dei poveri e degli ammalati. Soprattutto annuncia a tutti la gioia di Cristo risorto e presente.
San Cataldo ci chiede e ci incoraggia a diventare santi. Abbiamo bisogno dei santi che cambiano la storia e non dobbiamo aspettare giganti come san Cataldo che dalla terra Santa naufragò a Taranto, ma i santi sono già qui fra noi.

Ancora una volta voglio fare eco all’esortazione apostolica “Gaudete et Exsultate” dove il Papa parla dei “santi della porta accanto”, di quelli che lottano con “costanza per tirare avanti un giorno dopo l’altro”.
«Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente – scrive il Papa – nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante». È questa la “santità della porta accanto”, anche quella degli stili femminili di santità che hanno contribuito a riformare la Chiesa e alle tante donne sconosciute o dimenticate che hanno sostenuto e trasformato famiglie e comunità con la forza della loro testimonianza. Questa è la santità di cui il mondo ha bisogno, della quale la Chiesa stessa da sempre ha bisogno.
Chiedo a san Cataldo di farci scoprire la santità della porta accanto. Chiediamo con lui a Dio la pacificazione del cuore nei nostri rapporti interpersonali, di costruire oasi di santità nelle nostre comunità parrocchiali che non devono essere lo specchio di altri tipi di comitive, dove è facile lasciarsi andare alla maldicenza, alle lamentele, al disfattismo e all’immobilismo. Essere santi vuol dire permettere a Dio di fare in noi la sua strada di bellezza e di farci felici.

Vedendo i sorrisi della gente e sentendo l’aria di festa nella nostra amata Taranto, dobbiamo riflettere sul valore cristiano di un giorno di festa. L’origine della festa è senza dubbio il riposo di Dio al temine della creazione. Il popolo ebraico, tenendo conto del gesto di Jahvè che riposa, consacra il sabato, sottraendo questo giorno a tutti i pensieri e alle fatiche del lavoro, alle preoccupazioni mondane. È un giorno speciale per corroborare la propria amicizia con Dio e rapporti belli nelle nostre famiglie e nei nostri quartieri. Non è un giorno di divertimento, di dimenticanza, di evasione, ma un giorno dove si costruisce la propria libertà ribadendo che non si è schiavi del lavoro come anche non si è schiavi delle proprie passioni e dei propri interessi utilitaristici. La festa quindi serve a fare il punto sulla nostra libertà e sul nostro legame con Dio, con i fratelli e con le cose. La festa è l’occasione per ricapitolare la propria vita alla luce della fede e per ritrovarsi come comunità unita e solidale.
Ecco perché in un giorno di festa, non possiamo esimerci da guardare con occhi disincantati alle vicende della nostra terra. Anzi è l’occasione più appropriata perché la fede chiami in causa le opere!
Se la città è disorientata e insoddisfatta è perché il timore del perpetrarsi dell’oltraggio ambientale non è stato fugato. Abbiamo preso atto di molte promesse che sono state fatte e presto si sono rilevate strumentali e irrealizzabili. Chiediamo al governo, ai ministri che sono venuti a Taranto, di non tergiversare oltre e di adoperarsi per la piena attuazione degli impegni presi.
Si proceda poi con gli interventi di bonifica, all’interno e all’esterno dello stabilimento, con interventi celeri e trasparenti che restituiscano la serenità al quartiere che ha pagato il prezzo più alto di tutti.
Riprogrammare il futuro della città si può; il Contratto istituzionale di sviluppo del 2015 aveva previsto risorse e istituito un Tavolo per Taranto; il vicepresidente del consiglio è venuto qui a dirci che avrebbe recuperato il tempo perduto: ce lo auguriamo di cuore! Siamo qui a vigilare perché non venga disatteso anche questo impegno.
C’è un altro grande tema di preoccupazione che è quello dell’offerta sanitaria, insufficiente a garantire prevenzione e cure adeguate ai numeri dell’incidenza delle malattie oncologiche sul nostro territorio. Accolgo le parole dolenti di chi mi parla del disagio di doversi curare lontano dalla propria famiglia, di non poter avere il conforto dei propri affetti nel momento in cui ne avrebbe più bisogno. So del disagio economico che questo comporta, delle liste di attesa. Come conosco lo spirito di abnegazione degli operatori sanitari, la loro fatica, che non può essere sufficiente a sostenere la risposta di servizi che devono essere veloci e tecnologicamente all’avanguardia.
La nostra invocazione al Santo Patrono è perché posi sempre il suo sguardo, la sua mano, sul suo popolo e ci dia il conforto e la forza che ci servono per affrontare le difficoltà e progredire lungo il percorso del pieno soddisfacimento delle nostre legittime aspettative.
Va da sé che per far fronte a tutti questi gravosi impegni la città ha bisogno di essere amministrata efficacemente, mi auguro pertanto che la nuova giunta abbia competenze adeguate e che sia varata al più presto.
Negli ultimi giorni la nostra Provincia e quindi la nostra comunità è stata colpita dalla vicenda di Manduria.
Lo sgomento per quel che è accaduto ci ha storditi tanto e insieme a giuste riflessioni e provvedimenti si è passati giudizi sferzanti sulla vicina cittadina, sui suoi abitanti, quando non si può generalizzare e stigmatizzare un’intera comunità cittadina.
Pur tuttavia dobbiamo avere l’onesta di chiederci: Il caso dell’uomo vessato fino a causarne la morte è un caso isolato? Riguarda solo Manduria? È un episodio nuovo? La mia risposta è no!
Quel che è accaduto a Manduria è il risultato estremo del decadimento dei valori che è presente in tutte le città come nelle piccole comunità.
È il risultato estremo del disconoscimento della dignità della persona, della vita umana, qualsiasi sia la sua condizione, quale espressione che trova il suo fondamento ultimo nell’essere immagine e somiglianza di Dio. Tale disconoscimento non è cosa di ragazzi, ma è cosa di adulti che perdono sempre più il riferimento ai valori veri ed hanno ridotto la vita al profitto, al comodo e all’utile individuale; e viene da lontano, non da oggi e tantomeno da Manduria.
È quotidiano il racconto di episodi di cronaca che vedono i bambini, le donne, i poveri, gli ultimi, oggetto di vessazioni che ci parlano di disprezzo della vita. Invece è proprio Gesù che sta negli occhi del malato, del debole: Lui è lì, lo è sempre stato, attraverso quegli occhi ci guarda.
Opponiamoci a tutto questo riprendendo l’insegnamento di San Cataldo che ha trovato una popolazione disorientata e sperduta dal punto di vista civile e religioso e l’ha fatta rinascere. Proponiamo quindi modelli educativi positivi, opponiamoci con la forza della fede e con la dignità della vita civica ad ogni forma di violenza, a questa deriva pericolosa che rischia di risucchiarci nell’indifferenza. La proposta della Chiesa, rilanciata da papa Francesco e dal vostro vescovo è di una ripresa di dignità che viene dall’amore di Dio e che investe tutta la vita e la trasforma.
Che il Signore penetri nella nostra carne, nella vita e nella società; nel modo di guardare, di concepire le cose e di agire. Il suo amore ci raggiunge, ci fa passare da semplici battezzati a discepoli ed ha una caratteristica suprema: dura nel tempo. Ci parla di croce e risurrezione. Di vita piena e vera. Ci conviene essere discepoli di Cristo e non rimanere senza punti di riferimento, schiavi dell’egoismo e del potere. Questo è tempo di rinascita e di costruzione comune. Con la protezione del nostro santo Patrono e con la partecipazione di tutti, nessuno escluso, ciascuno di noi può contribuire a rendere più giusta e più degna la nostra bellissima terra.
Viva San Cataldo nostro patrono.

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