Esequie di Cosimo Massaro: l’Omelia di S. E. R. Mons. Filippo Santoro

Carissimi tutti,
cerchiamo di accendere una luce vera, efficace ad autentica nelle esequie del caro Mimmo, vittima del terribile incidente dei giorni scorsi nelle acque di Mar Grande la cui dinamica noi tutti conosciamo. È un evento che ci ha scosso per la sua violenza e per il suo carattere di calamità. Siamo vicini alla famiglia di Mimmo, ma è lutto per l’intera comunità dell’arco ionico tarantino che purtroppo non si ritrova per la prima volta a vivere un dramma del genere.
La luce che voglio accendere è quella che ci viene dalla Parola di Dio or ora ascoltata. La nostra fede ci chiede di vivere ogni momento importante della nostra vita, ricorrendo alla roccia della Parola del Signore, perché è una parola che non passa, è una parola sulla quale possiamo fondar la nostra esistenza e non è una parola vuota, insufficiente, vanamente consolante come quella degli uomini che specie in queste circostanze non riescono ad andare oltre la lista dei “perché”. La Parola di Dio è lampada gentile che ci fa mettere un piede innanzi all’altro soprattutto quando le tenebre sembrano brandirci.

Nella prima lettura è raccontata l’avventura del profeta Giona che nel mezzo di una tempesta implacabile viene gettato in mare. È sicuro di dover morire, negli abissi, nascosto alla vista degli uomini ma non a quella del cielo e viene inghiottito da un grosso pesce che lo terrà dentro di sé per alcuni giorni. Per gli uomini, Giona non esiste più, la sua esistenza è stata cancellata definitivamente dalla faccia della terra, né potrà esistere più il suo ricordo perché le sue spoglie sono disperse. Ecco quindi l’audacia delle vie di Dio che vincono le strade corte dell’uomo. Giona, infatti, nella profondità degli abissi eleva una preghiera, la straordinaria preghiera che abbiamo ascoltato nella prima lettura. Non c’è infatti luogo dal quale Dio non possa ascoltarci, non c’è antro o tempesta talmente maledetti dai quali Dio non possa raccoglierci e donarci la vita.
Questa icona biblica è balenata in me l’altro giorno quando ho voluto sentire al telefono la sorella di Mimmo, Primula, che ad un certo punto ha esclamato «Eccellenza, don Filippo, ho come visto Mimmo, rannicchiato in un angolo; cercava qualcuno che lo venisse a prendere per la mano, poi ho visto una luce: era Gesù; sì, ora è con Gesù», me lo ha detto con tutto il dolore del mondo ma con tutta la speranza della grazia di Dio.
Allora mi sono tornate alla mente le parole di Giona:
«Nella mia angoscia ho invocato il Signore
ed egli mi ha esaudito;
dal profondo degli inferi ho gridato
e tu hai ascoltato la mia voce. […]
sono sceso alle radici dei monti,
la terra ha chiuso le sue spranghe
dietro a me per sempre.
Ma tu hai fatto risalire dalla fossa la mia vita,
Signore mio Dio.
Quando in me sentivo venir meno la vita,
ho ricordato il Signore.
La mia preghiera è giunta fino a te,
fino alla tua santa dimora».

Ma se non fosse con Gesù, chiedo a tutti voi: cos’è successo? È sparito? Ma che giustizia è questa? Ha invece ragione la sorella, perché questa giovane vita non può essere svanita nel buio, vittima della mancanza di sicurezza e della tromba d’aria, non è stata inghiottita per sempre dalle tenebre e dal nulla.
Se siamo qui oggi, se abbiamo portato Mimmo ai piedi dell’altare, sotto il cero pasquale è perché siamo animati da una speranza più forte del vento che ha sradicato quella cabina, anche se non possiamo nascondere lo sconcerto, l’angoscia e le lacrime.
Il Vangelo che abbiamo ascoltato fa parte di uno dei capitoli più articolati del Vangelo di San Giovanni. Il sesto capitolo ci rivela, in seguito al racconto della figura eucaristica della miracolosa moltiplicazione dei pani e dei pesci, l’esistenza di un Pane che nutre per la vita eterna che è Gesù stesso che si offre per noi.
Il Signore donandosi a noi è segno della volontà tangibile del Padre di non voler perdere nessuno, ma di provvedere alla salvezza di tutti. Dio non vuole la morte e né che nessuno perisca, la sua è una volontà benevola e misericordiosa.
Ed è per questo che non possiamo rassegnarci, per nessuna ragione al mondo, all’idea che la vita possa essere subordinata a qualsiasi altro principio né tantomeno relegare alla fatalità quello che è accaduto a Mimmo, quando sappiamo e ricordiamo, con un’altrettanta ferita aperta, la morte di Francesco Zaccaria, vittima anche egli nelle stesse modalità di Mimmo. Tutto ciò è assurdo e cinicamente beffardo per i lavoratori e per i tarantini.
Quest’ennesima morte è un’altra lezione dolorosa e insopportabile di come le politiche industriali e la complessità del sistema di questo grande stabilimento non siano ancora allineati con il vero benessere dell’uomo. C’è un vento malefico che ogni volta sembra vincere sul vento buono delle rette intenzioni e sullo sguardo propositivo sul futuro.
Chiedo per rispetto alla famiglia di Mimmo e per tutti noi che si faccia chiarezza e giustizia.
Vorrei gridare ancora una volta «basta morti; si lavora per vivere, non per morire».
Ora dico basta al rimpallo di responsabilità, agli impianti fatiscenti, alla logica del puro profitto, basta alla vergognosa strumentalizzazione di questo dolore per qualsiasi motivo. Chi ha competenza si senta responsabile di dare delle risposte e delle soluzioni immediate, senta l’impegno bruciante e scomodo di metterci la faccia e di rischiare veramente per Taranto dove a rischiare e a perire sono solo i poveri! Sono solo i lavoratori. E questi prima di ogni strategia economica e politica vogliono solo lavorare. Ma con sicurezza e dignità difendendo la salute e l’ambiente. Lo dobbiamo alla famiglia di Mimmo e a tutte le vittime sul lavoro. Come anche ricordiamo e preghiamo per l’altra vittima di Fragagnano scomparsa poco tempo fa, il vigile del fuoco Antonio Dell’Anna.

Una carezza ora per i famigliari di Mimmo: il papà e la mamma, i fratelli e le sorelle, la moglie; una carezza la prendiamo ancora dal vangelo oggi unica fonte di vera consolazione.

Ci dice papa Francesco: “Nei momenti di tristezza, nella sofferenza della malattia, nell’angoscia della persecuzione e nel dolore del lutto, ognuno cerca una parola di consolazione. Sentiamo forte il bisogno che qualcuno ci stia vicino e provi compassione per noi”, ha proseguito: “Sperimentiamo che cosa significhi essere disorientati, confusi, colpiti nel profondo come mai avevamo pensato. Ci guardiamo intorno incerti, per vedere se troviamo qualcuno che possa realmente capire il nostro dolore. La mente si riempie di domande, ma le risposte non arrivano. La ragione da sola non è capace di fare luce nell’intimo, di cogliere il dolore che proviamo e fornire la risposta che attendiamo. In questi momenti, abbiamo più bisogno delle ragioni del cuore, le uniche in grado di farci comprendere il mistero che circonda la nostra solitudine”.

E il vangelo di oggi ci dice:
«Tutti quelli che il Padre mi dà verranno a me; e colui che viene a me, non lo caccerò fuori; perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. Questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nessuno di quelli che egli mi ha dati, ma che li risusciti nell’ultimo giorno. Poiché questa è la volontà del Padre mio: che chiunque contempla il Figlio e crede in lui, abbia vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno». Lo sguardo al Figlio di Dio che ci è vicino perché si è donato a noi sino alla croce, ci salva e ci libera dalla morsa del nulla che sarebbe l’estrema ingiustizia di fronte al grande lutto di questa ennesima morte.

Il Signore risorto non perde nessuno di quelli che il Padre gli ha dato nelle mani. Come Mimmo che ora affidiamo all’abbraccio del suo amore infinito.
E un’ultima parola per Fragagnano e i suoi cittadini che in breve tempo ha vissuto due lutti gravissimi: che il Crocifisso e la Madre di Dio vi proteggano nella consolazione e che tali disastri non accadano più e i nostri uomini e donne, giovani e adulti lavorino nella sicurezza e nella pace.

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